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MONTESANTO,ANNIBALE E LA CONCHIGLIA DI COLOMBO.

 

Inizio trascrizione 1 AGOSTO 2010
Dedicato a mio figlio  Noah Tinelli e anche ai suoi cugini Lapo,Andrea, Federica, Pietro, Paolo,Stefano  e Giacomo, perche possano un domani ricordare qualcosa delle tradizioni millenarie delle nostre terre paterne e conoscere le loro origini e i ricordi dei loro antenati.

 


LE LOCALITA’ E ALCUNI RICORDI

Da Arda di montesanto ,schivato il raccontato e scomparso rifugio dei temuti partigiani dela divisione Val Nure, tra il “Turus” e la casa del Pierino, il muratore, ci si poteva addentrare nel bosco, un sentiero breve portava al “Castello”.., il sentiero iniziava alla “Costa del Cavallo” perche’ il monte e il piccolo promontorio adiacente paresse nella sua siluette, rappresentare la testa e la costa di un equino, Arrivando da Ponte Dell’ Olio, percorsa la strada “nuova” asfaltata,  appena arrivati alle ville di Montesanto si poteva vedere il castello regnar sul monte, che era la testa del cavallo, e alla sua destra il dorso, poco piu’ in basso, infatti si trovava “Sperani” un piccolo villaggio di poche case, che oltre a mostrare la strada “antica” per andare a valle, definiva, con il proprio nome, del cavallo della costa, gli zoccoli.
Il sentiero per il castello.era ripido, e le acque piovane avevano creato un solco centrale…
negli anni settanta, era ancora, tradizione per molte famiglie originarie di queste parti, fare visita al castello, in particolar modo la domenica….
Primino Busconi detto Primei e Luigi Busconi detto Gino o Buliciu, erano due fratelli contadini..Era proprio Premino che ci aveva raccontato del rifugio, eravamo andati io e i miei fratelli maggiori a cercarlo, facevamo buchi armati di piccone e pala…ma senza successo. Il rifugio era scomparso, decidemmo quindi di farne uno noi, nel orto di casa, l’attuale civico 3 di Arda di Montesanto, il numero originale era il 33, negli anni ottanta gli operai del comune armati di targhette in plastica e silicone avevano incollato il nuovo numero a quello vecchio, io diligentemente avevo scollato il nuovo civico, e risparmiato quello vecchio molto bello in gesso con i numeri dipindi a mano di azzurro. Il paese ne possedeva ancora parecchi dei vecchi civici…ma solo le case abbandonate li mantenevano integri….quando passava la, cosi detta, modernita’ la storia e le sue atmosfere scomparivano improvvisamente…e per sempre..consapevole di questo, decisi che avrei scritto questo “libretto” a futura memoria dei posteri che potranno frequentare cio’ che rimarra’ di questo Paese millenario.
Al 33 di Arda, la casa di mio padre, l’attuale (civ.3) per intenderci, dove io e i miei quattro fratelli siamo cresciuti, in particolar modo, d’estate,viveva il sarto del paese Ludovico detto “Duvico” il “ Sartur” padre di Massimino che era anche lui partigiano
La Domenica oltre a fare visita al castello, era il giorno di messa, l’odore leggermente acre di sudore, e fieno e il rumore dei colpi di tosse e qualche volta il suono tipico del tagliare delle unghie scandivano ,il parlare del prete e della sua predica. Io mi guardavo intorno, gli affreschi e le statue dipinte di legno e gesso. Dopo la messa  poi uomini e donne si confessavano, e mi chiedevo poi che diavolo avessero da “Peccare” delle contadine che vivevano qua sperdute tra valli e monti.
Dopo la messa, si rimaneva sul sagrato, a chiaccherare, ma i piu’ andavano al San Salvatore la locanda , detto “Il Ristorante” che aveva preso il posto della scomparsa chiesa del San Salvatore, secondo alcune ricerche e un documento rinvenuto da Giampiero Devoti che un e’ muratore e restauratore di case in pietra, con la passione della ricerca e dell’archeologia, nonche mio amico e “Maestro”, secondo questo documento scritto in latino rinvenuto nella Diocesi di Ponte dell’olio(?), risalente al Concilio di Trento, un “prete” venne a far visita a Montesanto intorno al 1570 per raccomandare i villani di non sotterrare piu i morti all’interno della chiesa, e di provvedere  alla recizione dell’esterno della chiesa dove gli animali disotterravano i defunti, cosi’ come raccomandava il concilio, di rivestire il pavimento con pietre o cotto o altro  e di provvedere al restauro del crocifisso, la chiesa appariva evidentemente  gia bisognosa di essere restaurata, Parlando con Costante Anselmi figlio del Gigion mi racconto che mentre demolivano i pochi resti della chiesa  nel dopoguerra, e mentre scavavano con le respe per fare le gettate dei pilastri che avrebbero sostenuto l’edificio del ristorante rinvennero piu ossa umane sotto il terreno, in particolare tenendo di fronte il ristorante sulla sinistra della saracinesca, dove fecero la gettata per il pilastro.   mi raccontò che avevano trovato un dito con un anello che supponessero fosse appartenuto ad una suora. Venuto Mondani ultimo contadino sopravissuto (ottobre 2010) residente a Sperani fratello di Giulino Mondani, racconta che ancora qualche anno fa’ dietro al “ristorante S.Salvatore” dove ci sono i campi coltivati e un muretto a secco pieno di rovi, c’era’ ancora un’acquasantiera dove i contadini (fece il gesto con la mano) si bagnavano le dita per toccare l’acqua benedetta. Subito dopo la seconda guerra mondiale, ci fu’ quello che si sperava sarebbe stata una rinascita delle tradizioni agricole, che si sarebbero mischiate a quella idea di sviluppo, e del turismo, che avrebbe presto invece ucciso la civilta’ agricola e sostituito Il mondo patriarcale in quello del consumismo e delle nuove tecnologie, L’uno che guardava indietro, che “ricordava” l’altro che guardava avanti e “dimenticava”…
Da bambino io e Carlo Costa fratello della Raffaella e figli dell’Enrico Costa di Croce di Montesanto eravamo soliti verso l’imbrunire andare a prendere il latte a Sperani dallo zio Venuto, efettivamente eravamo tutti i un po’ parenti, come spesso capita nei piccoli paesi, in realta’ mio padre figlio di Adamo Tinelli veniva da un altro paese piu’ a valle, e mia Nonna Maria figlia di Ermelinda era stata adottata e fu rinvenuta nell’ospedale dove anche “Il rosso” di Miserotti era nato. Erano figli abbandonati, forse da persone indigenti o chi sa perche’ abbandonati alla carita’ di Dio.Altre voci raccontavano di figli illegittimi di ricchi facoltosi A Sperani Venuto teneva le caprette cosi’ dette di tipo “Tibetano” la prima volta che me le trovai davanti rimasi impietrito, decisi che un giorno avrei fatto, se il destino me ne avesse dato il tempo, un grande quadro ad olio rappresentante un piccolo bambino di quattro anni con un piccola gavetta per il latte, una biciclettina, che di spalle guarda paralizzato le caprette che lo osservano tra stupore .paura e meraviglia…ricordo ancora come fosse ieri che pensai che quelle corna erano come quelle del diavolo e pensai che forse erano dei piccoli diavoletti ,anche perche’ quelle che mi guardavano frontalmente nascondevano le zampette inferiori sembrando quasi dei bipedi ..agli occhi di un piccolo bambino.
Tutti i paesani, si ritrovavano al ristorante per bere vino a cantinelle e cantare vecchia romagna…
Persino il prete di Padri, che veniva a fare messa la domenica, era quasi sempre ubriaco, in particolar modo quando veniva a benedire le case…
Perche si soffermava a ogni abitazione a parlare con il capo famiglia e ogniuno gli offriva un calice del suo sangue.Non so se benediva il vino prima di berlo. Quello che era certo che si prendeva delle benedette sbronze. Ma nessuno ci faceva caso. Seplicemente nessuno credeva facesse peccato a rinvigorire i capillari sulle gote, e gli animi, si diceva fosse pure un donnaiolo e pure ladro. D’altronde io da bambino quando mio padre mi mandava a prendere il vino da Giulino nella sua cantina, quel bianco dolce vagamente acidognolo, il bicchiere che da vent’anni, stava girato sulla botte di rovere, si riempiva di vino, il rubinetto di legno con il quale  Giulino, con molta attenzione aveva riempito il bottiglione di mio papa, e io che avevo solo cinque anni me lo bevevo, senza che mio padre perdesse la padria podesta. Nessuno si sarebbe permesso, nemmeno se tirava uno scapelotto al proprio figlio, di dire che era un pessimo genitore. La cantina era rimasta immutabile, le botti ben disposte e i pavimenti di pietra. Ecco si, era la stessa semplicita’, del gesto di dare un goccio di vino ad un bambino, ma di questo, poeti, filosofi e artisti e antropologi hanno gia lungamente scritto….(…).
Giulino Mondani fratello di Venuto di Sperani e’ l’ultimo uomo di queste parti, che proprio ieri mi hanno detto che e’ stato ricoverato all’ospedale  perche’ nel “ricovero” di Riva, nel quale e’ stato confinato e si trova residente e’ caduto e’ ha picchiato la testa. Proprio lui mi raccontava di proverbi, che sarebbe stati dimenticati, quelli che scandivano le stagioni e l’arrivo degli uccelli.
Qualche anno fa’,passavamo tempo insieme, mentre io svuotavo terreno dalla mia cantina che fu’ la cantina della famiglia Busconi, e mi facevo raccontare i suoi ricordi. Goffamente, essendo un uomo molto pesante, si sedeva aiutato dal suo bastone e con la sua cagnolina Berta rimanevamo ore a parlare dei vecchi contadini degli invasori tedeschi dei funerali e delle famiglie del paese.Un giorno gli dissi:-“ ma lo sai che tu hai mille anni?, e che quando tu non ci sarai piu’, morira’ un cultura antica come l’uomo.”
Era Giulino !!
Mi aveva raccontato, quando tanti anni prima Giusepei Silvester della famiglia Polledri che dicevano che era uno un po’ “indietro” e che veniva preso un po’ in giro, poco prima di morire, l’anziano chiese che ci fosse musica al proprio funerale, il corteo si spinse da Montesanto a Cassano accompagnato della banda con la musica della fisarmonica e della “trombetta”. La bara venne portata in spalla da quattro persone che si davano il cambio con altre quattro, …facendo la vecchia strada che passa da Bulla poi dalla Torre fino a Cassano.Io credo che questi fatti del funerale di Giuvanei Silvester risalgono agli anni 50. Persone di un mondo fatta di tanta fatica, natura e agricultura, di cieli stellati, e di neve per giocare con le slitte  e di fuoco nelle stufe, e di sera a guardare i tizzoni arroventati e di madri a fare impegnate a fare il pane e a sbucciare cipolle, di acqua riscaldata sul fuoco per lavare i bimbi e ruscelli dove fare il bagno d’estate….
A Montesanto gli ultimi “Patriarchi” raccontavano che prima della Grande Guerra c’erano 50 fuochi accesi nel villaggio, cio’ fa pensare che c’erano varie centinaia di persone che vivevano in questo paese…
Attualmente residenti a Montesanto siamo meno di dieci persone. Nessuno tiene piu’ nessun tipo di animale, l’atmosfera e’ desolante, chi qui e’ cresciuto si ferma poche ore o qualche giorno e se ne va…
Difficilmente si sporca le mani di terra o di legno o ferro…come e’ ormai costume, si lavora in citta’ e in campagna si viene al massimo per fare un po’ di riposo per contemplare il mondo e fare passegiate, parlare dei nuovi cellulari e del 3 per 2 al supermercato. A me questi perfetti cittadini ricordano i tempi nei quali le vacche che si liberavano dalle catene uscivano dalle stalle e abituate per anni alla prigionia, non sapevano cosa farsene della liberta’ e rimanevano desolate nei dintorni delle proprie sicurezze …i contadini le riportavano nelle stalle. I miei fratelli ed io, da bambini lavoravamo nei campi d’estate, e quando un vitello stava per nascere correvamo a chiamare il Peppo o il Premino che con tutta calma arrivavano quando il vitellino era gia nato, e ostentava a riuscirsi al alzare, come tradizione veniva fatta all’ interno della stalla un piccolo recinto con delle palle di paglia dove nei primi tempi il vitello stava confinato, quando da bambino arrivavamo da Milano io e la mia famiglia io correvo nella stalla di Premino Busconi dove teneva tre mucche e due buoi e  dove mi acovacciavo abbracciato ai vetelli di cui ero innamorato. Solo ora capisco cosa mi ha legato cosi’ da sempre, alla natura, e poi mi raccontarono di quel filosofo che pianse alla vista della morte di un cavallo e tutto mi apparve cosi’ limpido e chiaro come quando sempre quel tedesco parlava all’uomo dicendo come io a te in questo esatto momento:-“ uomo che mi stai leggendo” e a te te che mi riferisco quando da un greco di Eleusi ti porto la mia voce attraverso il tempo…. Ma questa e’ un’altra storia che si chiama filosofia….
Efettivamente la nuova chiesa costruita nel dopoguerra mi fece molte volte pensare, la stranezza che un paese che si chiamasse Montesanto fosse sprovvisto della chiesa, considerato che quella di S.Salvatore che era gia decadente nel ‘500, pensai visto il numero di morti suicidi nel paese, come quello che qualche anno fa’ si impicco’ nel garage dei trattori, o il Pierino che si sparo’ con il fucile, o gli altri ragazzi morti giovanissimi, pensai che la chiesa di Roma aveva chiamato questo luogo Montesanto, proprio perche’ non lo fosse ma che invece fosse il Montemaledetto.
Come se il nome fosse stato dato per esorcizzare e sacralizzare questo posto che aveva forse avuto un passato di eventi oscuri o forse era il suo destino doverli rappresentare.
Quello che era sicuro che gli spiriti e i folleti dei quali erano certi l’esistenza i vecchi contadini, erano scomparsi insieme a loro e alle loro tradizioni, li avevano seguiti nel loro destino fedeli morivano insieme a loro, d’altronde piu’ di una volta ho pensato che i folletti erano piccoli uomini ricurvi per il peso della vita sulle loro schiene, incontrati da alti uomini del nord. Efetivamente tutti erano ancora oggi sorpresi quanto le porte delle case  di campagna fossero basse, a evidenziare la bassa statura degli uomini antichi. Eppure come diceva mio padre, lo scolapasta che si metteva vicino alle finestre, era proprio messo li perche’ l’Ermelinda la trisavola diceva. di notte i folletti passavano il tempo a contare i buchi del colino anziche solleticare i piedi ai bambini….credo che lei sarebbe stata pronta a giurarlo, ma sotto voce e non in presenza del prete certamente.
I Folletti ,quindi,erano andati via poi un giorno, di sorpresa, e non tornarono mai piu’, forse offesi, dopo mille anni a difendere le tradizioni e i miti delle piante mediche, delle ortiche del  lauro e rosmarino  e dello scandire delle stagioni, avevano abbandonato anche loro le terre …..e si erano rifugiati nel passato dove solo con sapienti alchimie si potevano scorgerne i ricordi e il significato. Io dal canto mio che sono nato nel 1969 e conosco questo paese e queste terre, come le mie tasche, non ne ho mai scorso uno, che distratto, non si fosse nascosto al mio arrivo. Credo che gli ultimi scomparvero durante la guerra…
Il monte era, arrivando dalla Val padana, il primo di una serie di altri monti e la sua posizione era veramente strategica, consentendo di controllare il passaggio nelle varie valli intorno. D’ altronde il comune di Ponte Dell’Olio di cui fa parte prende il nome proprio dall’olio che veniva trasportato con asini e muli e giare dalla vicina liguria dalle donne camminando,  poi veniva imagazzinato nel paese e trasportato con carri e cavalli lungo la val padana. Mio padre mi raccontava che ancora quando lui era bambino, queste donne barattavano un po’ di olio con la farina con la mia bis-nonna Ermelinda…quando di passaggio si fermavano nel paese. Immaginavo queste donne dalla pelle di rughe parlare con i rispettivi dialetti e l’italiano arcaico del quale possedevano i rudimenti, parlare  delle cose semplici della vita, quando il mondo assai era, piu’ grande e misterioso e di paesi meravigliosi , lontani  e inarrivabili. Non credo mia bis-nonna Ermelinda avesse mai visto il mare.
Sulla Torre del castello c’era una vista impressionante, nelle belle giornate si vedevano distintamente, la Val Nure che stava ai piedi del monte, la val Trebbia poi tutta la val padana, era visibile guardando verso nord, si vedeva distintamente la citta’ di Piacenza e Pavia e Milano e in fondo le alpi da Torino a Trieste..… era un terrazzo di 600 metri sul mondo…immaginavo che i soldati di vedetta all’epoca di Annibale avessero potuto vedere passare gli elefanti che si scontrarono nel Paese di Tuna nella Val Trebbia, a valle verso Piacenza, proprio da quelle parti a Tuna, andavo a prendere alcune pietre da un fornitore che vendeva materiali per il restauro conservativo dei ruderi tipici della provincia di Piacenza.
Un paese da quelle parti aveva conservato vari anni i resti di uno di quel pachiderma e lo stemma del paese era infatti un elefante.
Placentia la Placenta di Roma, Colei che cutostodisce e difende Romolo e Remo, infatti la citta’ situata tra la via emilia e il Po era un crocevia per i romani infatti una delle piazze possedeva al suo centro proprio il simbolo della lupa nel procinto di allattare i due bimbi che sarebbero stati poi i fondatori di Roma, che come si sa’ furono, secondo la nostra storia, o mitologia, che sia, “adottati” dalla lupa.
Dal castello di Montesanto,guardando verso sud, invece, si scorgevano colli e montagne a perdita d’occhio, quelle stesse montagne che la signora Mazzocchi mi racconto’, le stesse, che i ricordi dei padri dei padri dai tempi dei “Feudatari” dicevano Cristoforo Colombo da Pradello Colombo, aveva attraversato per scappare dai suoi nemici ove pure si nascondeva, per poi arrivare a Genova e studiare gli astri e la navigazione.

 


LA SECONDA GUERRA MONDIALE

. Secondo Fausto Ambri del bar emporio di Biana, sia Primino Busconi  che Massimino Sala non avevano mai ucciso nessun fascita ne nazista..E’ vero il 31 luglio 2010 che sessanta anni dopo le cose stanno venendo, fuori, tipo di quei due altri partigiani della divisione Val nure che raccontano del carabiniere, e non so chi altri, trucidati vicino al fiume Nure e poi sepolti nelle vicinanze, in un territorio argilloso,
dopo qualche tempo, dovuto alle piogge, i piedi vestiti di stivali in cuoio nero, erano spuntati….fuori dall’argilla.Si dice che meta dei figli di Montesanto erano figli dei Mongoli.Che con gli alleati avevano occupato Montesanto e come tradizione dei soldati, violentavano le donne..Le persone di Montesanto erano reticenti a raccontare questi fatti, perche’, chiaramente preferivano nascondere i fatti che erano ferite da dimenticare, altro che ricordare. I cosi detti mongoli erano in realtà del Turmenistan paese che era stato assimilato dai tedeschi e che aveva arruolato i sui cittadini che erano soliti aver l’abitudine di violentare le donne, alcuni furono giustiziati dai tedeschi (Anselmi l’autista).si diceva che molti abitanti di montesanto possedessero i geni di quella gente, ed efettivamente alcuni di Montesanto avevano i tratti somatici di quella zona dell’asia centrale…quel viso un po tondo con gli zigomi un po sporgenti e alti…
La figlia di Nereo Silvester, Renza Polledri nel 2009 mi raccontava che durante la seconda guerra mondiale, mentre da Ponte dell’Olio bombardavano il castello di Montesanto a colpi di mortaio per colpire i partigiani che presumibilmente si rifugiavano nel castello, le schegge di ferro cadevano fino al paese e Giovanei fratello di Giusepei prese un pezzo caduto a terra, ma esso ardeva e si scotto e lo lascio cadere.Quel giorno la Renza era a Miserotti dove curava i tacchini che non mangiassero l’uva delle viti quando da Ponte dell’Olio cominciarono a bombardare il castello, si sentivano i fischi delle schegge, si avvio verso Montesanto e trovo tutti i paesani dentro la cantina sotto quella del Grilli. Costante Alselmi del  “Ristorante” racconta che il giorno che bombardarono il castello si trovava  a Rimondi si nascosero una trentina tra donne e bambini nel rifugio, quando le bombe scavalcavano il castello andavano verso Biana, quando i soldati tedeschi e i mongoli venivano volevano violentare le donne ma un comandante glielo impedì…
Quel giorno che arrivarono i tedeschi Gigion Anselmi padre di Costante, non se ne era accorto e poi all’ultimo momento scappo dalla stalla infiltrandosi nel buco dello sterco che c’e’ sul lato delle stalle…
Il padre di Gigion si chiamava anche lui Costante
Nel 1943 secondo la testimonianza di mio padre Giuseppe Roberto Tinelli,un aereo inglese precipito’ nel bosco di fronte a Montesanto tra Albrona e Padri,andavano, gli aerei alleati, a bombardare i pozzi di Montechino, erano gli unici pozzi, che estraevano petrolio in tutta Italia..Il pilota scappava dalla guerra ed era diretto a Torino ma era rimasto senza carburante e l’aereo si schianto’ all’altezza di Padri, il pilota si lancio’ con il paracadute. I montanari accorsero e si impadronirono dei pezzi di stoffa di seta(?) del paracadute
…l’aereo era carico di munizioni  che vennero prese e conservate nei paesi per diversi anni(Giulino Mondani-Franco Mazzocchi) secondo Franco Mazzocchi, il pilota disse che scappava dalla guerra per non essere ucciso, in quanto noi eravamo con i tedeschi e gli inglesi erano nostri nemici.
Berto Peretti marito di Elide Busconi era stato adottato nell’ospedale di Borgonovo, come mia nonna Maria Carvini, il “Rus” il rosso in dialetto aveva un fratello che camminava con le gambe mozzate, le aveva perse in Grecia dove e’ stato anche mio nonno Adamo Tinelli, nato a Chero di Carpaneto, mio nonno e’ stato anche in Val Stura sul fonte francese .
Luigi Busconi per tutti “il Gino” era una guardia del fronte, il nonno Adamo era a Chiusa di Pesio(fiume del piemonte).Cesare busconi attualmente ancora in vita era a Cefalonia dove i tedeschi dopo l’amnistizio del governo Badoglio fecero una rappresaglia uccidendo 3000 persone, e bruciandone i corpi, Cesare Busconi si e’ salvato tra pochissimi.Gino dopo l’amnistizio e’ tornato dal confine piemontese con la Francia a piedi camminando di notte tra le vigne e si e imboscato.
Primino Busconi nasceva nel 1925, nel 1943 formano le bande partigiane che si chiamavano “Divisione val nure” gli altri partigiani di montesanto erano Cesare Costa detto “Biondo” fratello di Giuseppe”Peppo” padre del “tugnun” Antonio Costa uno dei pochi tutt’ora sopravissuti della civilta’ contadina. Cesare Costa fu’ ucciso dai tedeschi a Guselli-Prato Barbieri in un imboscata, esiste un monumento in sua memoria.Farina “Fareina” di Tinivelli racconta che erano anche loro nell’imboscata dei tedeschi di Guselli,in piedi cadevano dai camion fucilati e cadevano. Poi i tedeschi ne bruciavano i corpi.
Massimino Sala era stato anche lui un partigiano, come gia detto suo padre “il sartur” lavorava al 3 di Arda di Montesanto dove io sono attualmente residente, casa di mio padre.
Un altro Anselmi  “l’autista” della Piacenza-Selva che e’ un signore nato come mio padre nel 1939 e’ un ricercatore che possiede molte informazioni, alcune delle quali sono conservate  nell’archivio storico di Piacenza e nelle publicazioni della parrocchia di Ponte dell’olio dove ha scritto per 20 anni, una paginetta di racconti e testimonianze riguardo soprattutto  storie della seconda  guerra mondiale e’ un vero   conoscitore ha intervistato partigiani, soldati, prigionieri e persino tedeschi della republica di Waimar che erano disloccati nel viale della stazione di Ponte dell’Olio e nel castello di Riva nella omonima localita’ all’epoca della seconda guerra mondiale.Le sue publicazioni per la parrocchia furone interrotte dopo vari anni da motivi a me oscuri, presumo che lo “scavare” nella memoria rischiava di creare spiacevoli rivelazioni per le famiglie della gente locale.
I parigiani di Biana, lui li definisce “I banditi di Biana” perche’, sostiene, non erano veri partigiani, furono loro a uccidere il carabiniere e la Guardia di cui mi aveva parlato Ambri. Una donna aveva chiesto di essere visitata dalle autorita’ perche’ si trovava in condizioni economiche disperate, la guardia, ovvero cio’ che ora chiamiamo vigili urbani, fu’ mandata a Biana accompagnata dal carabiniere, per sicurezza, invece della donna ci fu’ un’imboscata e furono ambedue uccisi dai partigiani della banda di Biani Mi ha raccontato anche di un marinaio italiano che non aveva voluto far ritorno al fronte  dopo un periodo di visita alla sua famiglia, che fu’ torturato e ucciso a botte dai tedeschi dentro il castello di Riva perche’ da disertore lo accusavano di essere un partigiano, e poi lo tennero impiccato alcuni giorni. L’aereo caduto nei pressi di Biana stava andando a bombardare Torino e non i pozzi di petrolio.Ma mi conferma che il paracadute era di seta e che il tessuto venne fatto a pezzi e diviso tra contadini.

 

 

I RICORDI DELLE FAMIGLIE ORIGINARIE:
POLLEDRI, BUSCONI, COSTA, MONDANI,TIRAMANI, CORDANI,MAZZOCCHI,GRILLI,ANSELMI,TINELLI,PERETTI,SALA
FAMIGLIA BUSCONI (numero civico attuale 4 di Arda di Montesanto)
Luigi Busconi, padre di Angelo(Gilei)nasce nel 1848 partecipa alla presa di Porta Pia con Garibaldi nel 1869-70(?), a Montechino, come gia detto a proposito dell’aviatore precipitato, i francesi avevano fatto i pozzi di petrolio e si potevano vedere le torri che gli inglesi bombardavano, Luigi Busconi si era trasferito in Francia sulla fine dell’ottocento perche’ lavorava per il petrolio per questo motivo Angelo”Gilei”era nato a Parigi(informazioni Giuseppe Tinelli racconti di luigi Busconi) il “Gilei veniva chiamato l’intellettuale perche’ scriveva le lettere alla gente e si occupava dei documenti, spesso veniva consultato dalle persone.Si occupava di Politica e ed era consigliere comunale.(Nella famiglia Peretti di Miserotti sono conservate alcune fotografie.)
Gilei possedeva cinque figli Cesare, Maria, Gino, Primino, Elide .Cesare era il sopravissuto della rappresaglia di Cefalonia, Primino era nato la notte di capodanno del 1925 era quello che aveva fatto il rifugio di Montesanto ed era il partigiano della divisione val nure, e Gino nato il 6 agosto1917 era quello che si era fatto a piedi dal piemonte dopo l’amnistizio.I due fratelli Gino e Primino erano poi emigrati in nave fino all’Argentina dove rimasero per venti anni poi tornarono alle proprie terre di Montesanto. I due fratelli erano un mito vivente di Montesanto. Che ci hanno insegnato a me e hai miei fratelli l’amore per la terra.Efettivamente negli anni settanta- ottanta assistemmo alla fine delle tradizioni agricole locali. La mietitura e la trebbia, erano due operazioni ben distinte, (oggi si utilizza la mietitrebbia anche sulle colline) dapprima si tagliavano le spighe, facendo i  “covoni” poi si caricavano sui carri e venivano portati nelle Aie, poi veniva trasportata la trebbia con i trattori, veniva fatta girare con le puleggie e vi si metteva dentro i covoni, da una parte  uscivano le balle di paglia che veniva infilzate da un palo appuntito e trasportate sulla schiena. I chicci di grano venivano invece portati con un tubo a pressione dentro i granai dove i bambini suolevano fare il bagno in una montagna di grano maturo…dove potevano giocare per tutto il pomeriggio….
FAMIGLIA POLLEDRI: Il nonno della famiglia Polledri si chiamava Silvestro e aveva tre figli, oltre a quelli gia nominati c’era Nereo che era il papa della Renza e dell’Anna Poledri. Era tradizione che i figli prendessero il nome del nonno come secondo nome. Quindi Giuvanei Silvester Polledri..ma piu’ semplicemente Giovanei Silvester.
Le figlie di Nereo, ancora oggi dopo avere vissuto in citta’ sono tornate a vivere da qualche anno a Montesanto dove accudiscono qualche gallina, e alcuni conigli, parlando dei bimbi delle nuove generazioni, anche loro sostengono che non sono come i bimbi di una volta che scoprivano il mondo e toccavano con mano la vita… Racconta sempre Costante Anselmi, ora ridendo, che Giuvanei silvester sosteneva che si poteva andare sulla luna, siamo negli anni cinquanta..e che quando si moriva non si moriva veramente ma si diventava un animale, in base a come si era stati buoni o cattivi, lui stesso si ricordava di essere stato un bue…ho pensato subito che potesse essere un reminescenza dell’ induismo nella cultura indo-europea ,sicuramente la reincarnazione e’ una teoria che si riscontra comunque in tantissime culture pagane e primitive.
FAMIGLIA MAZZOCCHI (Rimondi) Nonno Marco poi Salvatore ed Ermelinda,
Ermelinda  Mazocchi originaria di Bettola ,da me incontrata nel 2009 raccontava di avere vissuto nella casa di Cristoforo Colombo a Bettola dove egli e’ nato, c’e’ a Bettola un monumento che ricorda la nascita dello scopritore delle americhe. L’ anziana racconta che suo nonno Marco Mazzocchi che era morto a quasi cento anni, raccontava anche attraverso suo padre Salvatore che Cristoforo Colombo era originario di un paese dal nome Pradello Colombo, dove in mezzo ad un campo c’erano delle pietre che erano la casa originaria di Colombo. In quel paese e a Bettola ci sono ancora le famiglie Colombo.
Ai suoi tempi, dicono le leggende tramandate di padre in figlio, al tempo dei “feudatari”, come dicono loro, Colombo si era fatto dei nemici che lo odiavano perche’ se sapeva piu’ di loro e si rifugiava nei boschi, dai boschi,arrivo’ sucessivamente a Genova dove compi’ gli studi.
Nell’inverno del 2010 decidemmo di andare io e Domenico Pasquali mio amico di Milano residente anche lui da queste parti, decidemmo di visitare Pradello Colombo a vedere la casa dei Colombo, la palazzina di pietra era stata fatta restaurare da un italiano tornato dall’ America nel dopoguerra, l’inverno del 2010 fu’ un inverno pieno di neve e il villaggio appariva quasi completamente abbandonato, solo una piccola aia possedeva due maiali che girolzolavano e qualche gallina, un iscrizione raccontava che quella fu’ una torre ben piu’ alta di quella attuale e che la tradizione attribuiva la costruzione alla famiglia paterna di Colombo, Famigliari che erano stati all’epoca perseguitati da una famiglia nobile. Girando intorno alla casa Domenico trovo una conchiglia fossile all’interno di una pietra dell’edificio ed esclamo tutto eccitato:- “ecco!!! Guarda!! Guarda!! questo e’ un segno che doveva andare al mare!!!” .. Immaginavo di fare un documentario, tipo quelli che venivano fatti nel dopoguerra dai grandi registi pagati dalla rai….ci stavamo allontanando dal paese quando incrociammo un vecchio signore con un furgone wolkwagen gli dissi subito che stavo scrivendo un libro su Colombo e la civilta’ agricola, gli chiesi se ricordava qualche aneddoto…su Colombo, mi disse che i maiali che avevamo visto erano i suoi…e che no non ricordava niente….ma poi mi disse una cosa che ci fece tutti sorridere…c’era una vecchia signora tanti anni prima che raccontava che vedeva giocare da bambino Cristoforo Colombo, vestito con una lunga tunica rossa.. ..ma Colombo aveva vissuto 400 anni prima….dubito lei fosse tanto vecchia….Il piccolo paese di Pradello, isolato e semi abbandonto in mezzo ai campi innevati, ll cielo plumbeo e il paesaggio tipico, in quel giorno di inverno era afascinante e surreale. Pareva quasi fosse possibile scorgere veramente dietro un angolo qualcuno che era rimasto ad attenderci per raccontarci qualche storia dei “feudatari” come dicono loro.….era una senzazione metafisica, come se potevamo dimenticarci che il progresso fosse mai esistito…per scherzare, poco prima, quando eravamo arrivati alla casa, ci misimo a chiamarlo”Colombo!!””Colombo!!” urlavamo nella direzione della piccola finestra della torre di pietra illudendoci che qualcuno ci avrebbe aperto, parlando un italiano arcaico e spiegandoci che Cristoforo era  partito…..

Ermelinda Mazzocchi mi racconto’ quel giorno che all’epoca dei feudatari si racconta che le ragazze venivano fatte ubriacare nelle feste del castello di Montesanto e poi gettate nel “pozzo dei coltelli” dove rimanevano trafitte. Il pozzo dei coltelli si trova poco prima dell’ arrivo al castello dove la strada diventa dritta ,sulla destra a circa venti metri dalla madonnina..c’e’ lo mostro’ Primino Busconi a me e ai miei fratelli negli anni 70’
FAMIGLIA MAZZOCCHI (Montesanto) Nonno, figlio Federico, Franco, Davide.
FAMIGLIA PERETTI:Berto Peretti marito di Elide Busconi padre di Riccardo, Marilena e Stefania
FAMIGLIA TIRAMANI di Bettola e’ la famiglia padrona del 44 di Croce di Montesanto.
FAMIGLIA COSTA(Arda): Costa giovanni(Gianei) e Chiarina genitori di “Peppo” padre di Clara, Gianni e Antonio detto “Tugnun” o “Tugnas”
FAMIGLIA COSTA(croce) nonno Cesare e la Sermen, mamma  e papa’Enrico Costa, Carlo e Raffaela.
FAMIGLIA CORDANI: Bruno padre di Monica e il detto  “Caino” padre di Claudio si racconta che Caino era una brutta persona, per questo il soprannome “Caino”si dice che picchiava la moglie e che se avevi un problema con lui ti avrebbe bruciato il fienile, Claudio il figlio divenne un eroinomane, fu’ varie volte in comunita’ e mori a 35 anni si dice di cuore. Monica mori di overdose a 19 anni.
Un destino che tocco molti giovani indigeni delle campagne italiane, che cresciuti nel nostro medioevo precedente al piano Marshal, si trovarono completamente impreparati a integrarsi nella societa’ cosi detta civile, consideriamo che negli anni settanta c’erano ancora famiglie che facevano i propri bisogni nella stalla, come gli “Uomini” avevano fatto per migliaia di anni, e si fornivano dell’acqua nei pozzi del paese….io e i miei fratelli portavamo l’acqua alle vecchie signore anziane che vivevano sole e dovevano approvigionarsi dell’acqua facendo alcune centinaia di metri.
FAMIGLIA MONDANI: (racconti di Venuto Mondani fratello di Giulino Mondani), nato ad Albrona nel 1930 Luigi Mondani nonno, papa Pietro Mondani nato nel 1899 di Albrona e mamma Maria Losi nata nel 1899 ad Arda di montesanto attuale casa del Guilino, figlia di Losi Giovanni agricoltore aveva 6 figli 4 sono andati in argentina, proveniente da Castione la Rassa (la razza veniva da castione), durante la guerra la mamma va a vivere ad Albrona, si sposa con Luigi Mondani, poi si trasferiscono a Gropparello poi nel 1945 vanno vivere al Casalino, poi a casa dei nonni Losi ad Arda di montesanto. Osvalda Costa nata a Sperani, che si sposa con Venuto Mondani sposati dal 1967, sposati da Don. Mazzetta, parroco di Cassano, vanno a vivere a Croce di Montesanto a casa della Renza Polledri, che lavorava aMilano con la sorella dette le infermiere. Dopo un paio d’anni si trasferiscono a Sperani, e’ la mamma osvalda a tenere le vacche con Costa Ernesto il papa di Osvalda, tenevano 12 mucche da latte, le capre “tibetane” invece le hanno tenute per una decina d’anni, erano una trentina. La trebbia che veniva su dalla strada della “carlotta”(il nome della strada da ponte fino al boschetto) dove c’e’ la buca della campane( e il nome della stradina che va a ponte dell’olio da Sperani, fin dove arriva il bosco,a sinistra) con 6 buoi, portavano su la pressa, poi la trebbia, Venuto produceva circa 100, 150 quintali, adesso con la mietitrebbia  e con piu’ terra 250 quintali100 quintali per 30 pertiche piacentina, di semenza 25 kg per pertica. Una pertica piacentina in collina puo’ produrre  3 –3,5 quintali di grano. Una pertica piacentina sono 664 m2.
,  poi c’e “la busa del veler”, “la buca del veler”  tra la caminata e mistadello che e’ quel boschetto con il ruscello…

 


METODOLOGIE
LA MOLA:Quando ero bambino “Bulicciu” detto anche Gino mi faceva girare la ruota della mola per affilare le roncole e altri arnesi, un piccolo barattolo pieno d’acqua con un buco in basso e un bastoncino permetteva goccia dopo goccia di mantenere la pietra bagnata e giravo la manovella finche mi stancavo.
LA SLITTA: Una volta aveva nevicato abbondantemente Gino approfitto per fare un po’ di legna, alla costa del cavallo, mi chiese di accompagnarlo, raccolte un po’ di fascine di traverso mise due rami di castagno che sono molto elastici, come quando si annodano le fascine, e li lego in alto poi trasporto co la moto falciatrice il tutto, i due rami di traverso fungevano da slita e credo proprio che Gino aspetto la neve per facilitare il trasporto.
IL BASTONE RICURVO:Il nonno del Carlo Costa, mio migliore amico da bambino, ci insegno’ a fare il bastone da passeggio, si scaldava un ramo di castagno con il vapore poi su di una tavoletta si faceva una dima con dei chiodi dove si faceva girare il bastone, dandogli la forma,si teneva il bastone cosi’ bloccato al sole per qualche tempo finche il legno non seccasse ricurvo.E si aveva fatto cosi’ un bel bastone ricurvo.
LA SCOPA DI SAGGINA. Si annodano i ramtti intorno ad un bastone di legno e si ottiene cosi’ una scopa rudimentale
I CANALI DI SCORRIMENTO NEI TERRENI:Negli ultimi anni ho riaperto i canali che convogliano l’acqua piovana, anche ricordandomi come facevano Primino Grilli e Premino Busconi.. quando piove molto di usa il badile per rimovere la ghiaia e aiutare l’acqua a convogliare nei canali.finita la pioggia si possono parzialmente richiudere i canali con la ghiaia. Questa operazione si fa’ lungo la strada per evitare di avere il canale che fa il dosso quando non piove.

 


ALIMENTI E IL VINO

LE BOTTI DI ROVERE E LE UOVA: Primino Grilli che era stato il cantoniere e aveva vissuto tanti anni nella scuola di Arda..Ancora nel 2009 lo potevo vedere tirare fuori le botti di rovere dalla cantina di Croce lavarle con l’acqua, tapperle i buchi con la stoppa e il mastice…e lo stucco delle finestre...mi raccontava che le botti di rovere venivano periodicamente ricoperte di cera d’api, veniva sciolta la cera versato un secchio nella botte e fatta girare la botte per distribuire la cera nel suo interno. Primino Grilli, qualche mese fa’ se ne e’ andato anche lui per un attacco di cuore.Ho incontrato la moglie proprio oggi al mercato l’ho abbracciata e mi e’ scesa qualche lacrima, da bambino la mamma mi mandava da lei a prendere qualche uovo, avvolto nella carta del giornale, bussavo alla porta della scuola e mi accoglieva con molta gentilezza.

I FUNGHI:D’estate, nei boschi ci si addentrava alla ricerca dei funghi. I porcini, erano ancora abbondanti, ma anche le cosi dette “Panare” gialle, arancioni e rosse, questi funghi credo che siano delle “amanite”, era tradizione,  dopo essersi liberati del gambo,mettere la testa sulla stufa, fare una leggera pressione per farla aderire sulla ghisa.. aggiungere un po’ di sale e farla girare come una omlete.
Ma il fungo piu’, oserei dire “sacro” era l’ovulo, che se non ancora schiuso, veniva adagiato con quattro stuzzicadenti in un bicchier d’acqua,in attesa che il suo tuorlo spuntasse al centro.
IL GELATO: Un giorno sorpresi il vecchio Giulino a prendere un po’ di neve da un piccolo tetto di pietra e muschio, con un bichiere da vino, ha aggiunto un po di marmellata di prugne e mi ha ricordato come nasce il gelato…
LA MARMELLATA DI PRUGNE: era una tradizione da queste parti, un pentolone di rame sul fuoco di legna,un bastone zucchero e una montagna di prugne  che ribollivano e ribollivano….per ore..
LA CONSERVA DI POMODORO: si mantengono un anno(Segalini) si scottano i pomodori per pelarli, si toglie la pelle e il verdolino si mettono, con qualche foglia di basilico in acqua fredda nei barattoli avvolti in stracci, perche’ non si rompano, si bollono per quaranta minuti, poi si lasciano nell’acqua finche non si freddano.

 

 

historical writings  (working progress)  "MONTESANTO ANNIBALE E LA CONCHIGLIA DI COLOMBO" DI DAVIDE TINELLI

historical writigs  (working progress)  "I BAGAI D'ARGENT " DI GIOIA ROBERTO

 

I BAGAI D’ARGENT

PICCOLA STORIA IN MILANESE DI UN ANTICO MESTIERE

IL CESELLO E LA SUA ARTE MILLENARIA

DI Gioja Roberto

 trascrizione Davide D M Tinelli

 MiLANO DICEMBRE 2012

Premessa:- Questo libro nasce come documento storico per testimoniare,attraverso la voce di Roberto Gioia  e  la sua lunga esperienza a Milano una antica tradizione mondiale che e’ l’arte del cesello che nasce nell’era  dei primi insediamenti umani e che si sviluppa insieme all’uomo sostituendo periodicamente metalli semi-preziosi e preziosi. Rame ,ottone,bronzo,argento e oro.

Memoria che arriva fino ai giorni nostri, attraverso la sua voce, e quella della sua scrittura che testimoniano il ricordo del lavoro dei cesellatori, degli argentieri, dei bronzisti, nelle fonderie Milanesi, luoghi per lo piu’, perduti nel tempo,  luoghi antichi fatti di muri, fuligginosi e centenari, di fucine,forge e mantici, attivita’ portate avanti spesso di generazione in generazione,  che hanno accompagnato il percorso professionale del suo autore dal dopo guerra fino ai  giorni nostri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TERZA DI COPERINA

CAPITOLO 1                                                                                                      pag.1

RICORDI DI MILANO   (sul manoscritto pa.1/1)                       

Vuraria racuntav la mia prima esperiensa de Laura’.

Nel 1954 gavevi 14 ann e me’ pader l’aveva pensa’

de mandam a Laura’.

Per cumbinasiun ghera el me’ sio Cesare (artigiano

 tappezziere) che l’era amis dun’ argente’, in via S.Sofia

 due passi dal Dom de Milan.

 El me purto’ subit a vede’ la

sua esposizion e mi restai abbaglia’ de tut l’argent

che brilava in di vetrin, el  salun con lampadari de cristal e

tut i tape’ russ, pedre ghera el laboratori cun tanti

uperari sembrava de ve sin miniera tra el fracas di martei che

picare su l’inqudem

el fere che brusava nella fusion d’argent e i machinari che

giraven gli operai che fresaven.

Num garsunit i pese’ giuim servivum i operai e fasevum anche de

Faturin.

L’ambient l’era spensiera’ e allegher, num fiulet se divertivum

a fa’ di schers a quei puse’ grand de num.

Una volta ghem mis di ciod de sura al sgabel a un certo pierin

Che l’era simpatic.(non vi sto a racconta’ la reasiun del fuggi,fuggi)

Mi seri anche furtuna’ perche’ el sciur miracoli el me purtava in

macchina dai furnidur e mi stavi li a gura’ l’argent.

El me’ cumpit l’era anca de prepara’ el mangia’ del cane lupo e

portal a fa’ un giret,che vurevi propri ben e alla mattina duevi

ces el prim a entra’ in fabbrica perche’ l’era de guardia e l’era cativ

come un vero lupo che se rispeta.

E l’aura’ puse’ fastidius, che nessun vureva, fa’ l’era tira’ la lima

che van di’ ripasa’ la fusion d’argen che veniva fuera dal cruse, bisognava tirala

cun la carta vedra pe levigarla sensa cambiag la furma.

Al sabet ghera la paga: lire 2000. Serviven per el tram e un quei gelato

Me pader el Savino l’era guntent i stes perche’ el diseva semper

Che voleva impara’ el meste.

 

12 dicembre 2012 Milano

 

 

 

 

CAPITOLO 1                                                                                                      pag.2

RICORDI DI MILANO   (sul manoscritto pa.1/2-1/3-1/4-)

E’ difficile el meste’ dell’argente’:

bisogna pensa’ de realisa’ un qualcos de nuev…

prima de tot,se fa’ un disegn o un schizzet

poeu se ciapa un toc de lastra e se incomincia

 l’imbutilase ciama sbals(lo sbalzo)

Ora se riempe con la pesa (la pece)per pude’

modelala’ e finila cun tuocci particolar di dedre’

che diventera’ peur el davant cioe’ la belesa’

del’ugett(dopo di che,va’ lustrada e sgrossa da firmada

pronta per coufesiunala in un astucc che ghe’

dara’ importansa.

“non sto a spiegav i cent meste’ aqurgiment della lavurasiun;

el trafura’ contel seghe,el lima’,l’amurbidi con

la carta smeriglia,la trafila per tira’ el fill,el laminat.

Per spiana’ l alastra e purtala al spesur desidera’

la morbidura che da’ la lucentessa ai rilievi.

(El morbidur,le’ una pietra d’agata durissima a forma di

fagiolo. E a opera finida,quanta soudisfasion.

Le propi un bel meste’ el ceselladur (peca’ che le’ minga

valurisa’ come circa vintan fa’. Te cercaven coume l’or

e anca te pagan ben,cun tanti ringrasiament e te invitaven

in ca’ sua per mostrat con ambisiun come stava

CAPITOLO 1                                                                                                      pag.3

RICORDI DI MILANO   (sul manoscritto pag.1/4)

ben in mesa a l’aredament el to’ argent.

Te presentaven cun ambisiun ai so’ amis chiamandoti

(il loro maestro argentiere)

Ora mi lavuri per pasa’ el temp e vivim di bei mument de alegria

 E con tanti bei dane’ de spend.

 

19 dicembre 2012 Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 1                                                                                                      pag.4

 RICORDI DI MILANO   (sul manoscritto pa.1/2-1/3-1/4-1/5)

El lavura’ pouse udius l’era:

Tira’ la lima sbava’ i fusiun d’argent e

E cunt el pomis leviga’ i vassoi, ghera de ruba’ el

Meste’ perche’ gli uperrari eren gelus del so’ mester

A fine settimana ghera la busta paga num

Garsoun ghe spetava domila lire che erem a se

Per ciapa’ el tram e mangia’ a mes di’.

Mi seri  privilegia perche’ andavi a consegna’

L’argent ai clienti e lor me daven  semper

La mancia e di biscott.

El Siur Miracoli el padrun dell’argenteria ( che aveva 80 ann ) el

Gaveva manda’ a scola de disegn. Al castell

Alla sera dalle 8 alle 10.

L’era cume un pader el vegniva a trual e

Parla’con el prufesur.

In bottega si stava veramente bene l’era

una famiglia. A natal ghe regalavan el

panettun e un fagian perche’ il Miracoli

andava a caccia con i clienti.

I so’ afari andaven a gonfie vele era il 1954

anche el me’ zio Cesare el vigniva a truam

in butega el me dava semper di cunsili presios

he bei temp che em pasa’ e che allegria anda’ a laura’

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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