writings..stories....

 

 

Ho scritto, nella mia mente, qualche giorno fa’.....

Non so, forse dormivo, oppure ero sveglio? e lucidamente ti ho pensato, a te si! una donna che nemmeno conosco....e forse mai vorrei....Ti ho pensato come quando ci si innamora la prima volta da ragazzini...sai ! quel leggero turbamento nello stomaco....che ci attenaglia, e contorce spirito e budella.....hai presente? O forse non ero nemmeno tanto lucido... mi sono svegliato o addormentato e ti ho sognato ad occhi aperti o chiusi.....mi confondo...........non so piu’..

E mi dico, io non scrivo lettere di amore.....non ne sono capace.....e poi questa non voleva essere una lettera d’amore...e’ troppo.. troppo.. poco per me..!!.. Ma  forse peggio o meglio che sia....era solo un  gioco che avrei voluto fare quella notte.....alzarmi e scriverti cio’ che mi frullava per la testa, come tu fossi una mia musa..”la mia musa”, colei che ti ispira e invoglia di creare.. Colei alla quale dedichi il talento e l’ispirazione.....l’ispirazione ...ahh......l’ispirazione....!!! 

 

.Ma non mi alzai quella notte, forse per pigrizia o perche’ mi sentivo stupido e infantile, lasciai passare il tempo di quegli attimi.... i pensieri.... mi passarono velocemente come rapide sotto piccoli   ponti di montagna....inarrestabili..misteriosi ....efervescenti......

 

Non ricordo piu’ niente di quello che pensai di scriverti quella notte...

.

Ecco no! Una cosa ricordo...del cassetto... si, il cassetto nel quale mi immaginavo, avresti messo la mia lettera, per custodirla preziosa, ma nello stesso tempo per dimenticarla e continuare la tua esistenza....la misteriosa esistenza di ogniuno.....

Mi immaginavo pero’ un giorno, con molta pigrizia e un po’di coraggio, avresti messo le tue mani, in  quel cassetto. Sotto altre carte... c’era la mia lettera, che avevi conservato per tanti anni. Mi immaginavo, che con un po’ di timore, tu l’aprissi, e che ti sarebbe quasi scesa una lacrima......

 

Ma quella lacrima non  era per me, che non avevi mai amato..nemmeno conosciuto....quella piccola goccia salata che riuscisti a trattenere in bilico sul bordo del tuo vedere..nel mio sogno.... era per il pensiero della tua vita trascorsa... perche con sensibile arroganza, quella carta bianca pasticciata di parole avrebbe dovuto rappresentare la tua vita, i tuoi amori, la tua gioventu’ e la tua essenza  di persona.....Cosi! In un minuto ,avrei voluto poter fermare la tua giovane esistenza in un pezzo di carta bianca scritta per te a rapresentare l’essenza del tuo vissuto....

Te bambina..poi la scuola, l’adolescenza..i primi amori... tutto che sarebbe trascorso nel tempo di una lettera a te delicata.....delicata..... 

Ma con quale diritto, ti regalavo un cosi’  innoportuno scrutare....?

.ero solo un egoista che..immaginava di lasciarti un segno, indelebile nella tua anima, come un tatuaggio nascosto segreto..ma... che ti avevo fatto mentre eri addormentata...a tua insaputa.... nemmeno ti conoscevo....non era giusto.......per poi scomparire subito dopo.......

Per stima e rispetto... so quanto potevo essere di terribile temperamento...anche solo per una amicizia....e poi non volevo niente da te...un bacio forse....uno sguardo ancora...

Volevo solo tu ti sentissi importante....ancor di piu’... ma non come donna desiderabile e attraente.....Ma come una bimba un po’ timida, cresciuta in fretta, per non so quale motivo... sensibile e attenta......alla quale non piace ferire perche’ sa’ cos’e’ il dolore... 

Ma quella notte, forse per pigrizia, non mi alzai.. e come acqua... i pensieri scorsero, sotto quel ponticello di pietra..che nessuno usa piu’ ...... come la vita... soprattutto... che ci dimentica.....e ci abbandona.......Quella notte, purtroppo, non  scrissi niente....e poi credo mi addormentai..o mi svegliai...non so... comunque ..scusami.....che tu mi creda o no... l’avrei scritta  solo per te stessa.......

 

. 28 aprile 2010 Milano 

 

Il cassetto

"...Sulle ali delle farfalle..."

 

 

                                          

 

“….” “….” “….” “….” “….”    ……Fin da tempi memorabili,

i viandanti di passaggio nella valle all’Alto Adige con i lori messeri e preziose merci di scambio, erano soliti passare da questo passo che univa la penisola italica all ‘impero germanico, e da li al resto del mondo del nord  , fino alla Nordvegia e alla Finelandia……dove da biondi gli uomini, qualcuno giurava, diventavano, quasi bianchi, poi albini, e dopo, ancora piu’ a nord, divenivano, trasparenti…..almeno cosi’ si raccontava…… 

 Dal soleggiato e sacro impero  si poteva,cosi, nel giro di qualche miglio di cammino imbattersi in strani indigeni ,contadini per lo piu’, e artigiani del legno, del ferro e del vino… dalle gote rosse e i calzettoni pesanti di lana, pagani da una lingua particolare, alla nostra, assai diversa…C’erano, tra gli altri, gli abitanti di Appiano…..e quelli di S.michele..  e Riva di sotto…dove d’ottobre si raccoglievano i pomi….gelati di rugiada….

Le case, improvvisamente, da pesanti pietre di campo, diventavano leggere di abete e pino, i tetti si appuntivano, per le forti nevicate invernali, come fendenti si proteggevano dal peso di quel bianco mantello… Furono visti bambini tirarsi palle di neve d’inverno, per piu’ di mille anni ininterrottamente… e poi correre nei campi innevati … fino ad essere confusi ….come semi di papavero su pane da infornare…..

D’estate.. i prati brillavano di verde e profumavano di uva dolce, e le terre si ordinavano di filari di alberelli di mele…….i bimbi allora si tuffavano nei laghetti della fresca acqua di Monticolo……

Le fonti delle falde locali…dalle alte montagne, ne erano la fantastica visione, , insieme al cielo sempre azzurro e alle rare nuvole bianche che d’estate passavano, seguendo la loro rotta, guardando, di sotto, noi altri indaffarati…..

 

Fu’ allora detto che nei pomeriggi, caldi d’estate, tra i fili d’erba e tra gli acini dell’uva… e anche a primavera insieme al primo sbocciare dei fiori, tra i petali, e in mezzo a quei silenziosi campi di neve, tra un fiocco e altro e tra i rametti piu’ sottili ….fin da tempi memorabili, si sentisse una dolce molodia portata soffice dalla brezza….una musica soave,… come di fata …gentile e ospitale…,.si librava nell’aria…. ….come piccolissimi martelletti che pizzicano su corde tese…..armoniosi…

Da mille anni si sentiva questa dolcissima musica come un sorriso sul mondo visto dalle nuvole….e per altri mille anni si sarebbe sentita ancora….tra gli alti monti…..sibillare…

Si raccontava  che era il canto di una giovane donna sempre sorridente… che tornava ogni tanto a trovare i suoi cari…e a cantare “ninnananne” ai suoi fratellini..… Era passata tanti anni prima lungo quel passo all’ Alto Adige, e il suo sguardo si era trattenuto…un secondo appena, ad osservare quella piccola strada con un gigantesco olmo alto cento metri…. li, si raccontava, avesse lasciato il suo cuore,  dal quale usciva…talvolta….tale spendida armonia!!

…Dicono che un secondo dopo  era, improvvisamente, ripartita per raggiungere il resto del mondo del nord….dove, da biondi, gli uomini, qualcuno giurava, divenivano quasi bianchi e albini, e infine ancora piu’ a nord …finalmente ..trasparenti, proprio come  lei e come la sua musica….. polvere sulle ali delle farfalle…impercettibile…

Ma c’e’ chi, tra quelli che ne hanno avuto la fortuna di  sentire la brezza uscire dai petali dei fiori  del olmo,...c’e’ chi., quando chiude gli occhi e apre il cuore,vede ancora, indimenticabile,…il suo viso.….

proprio come si vede la sua musica…sorridendo...correre spensierata,  nei prati…….d’estate…

 

“..Giuro io lo vista e l’ho sentita !!!! ” raccontava un viandante al suo messere, “..,e dico nessuno, nessuno mi chiami bugiardo!!!”..” ne ho sentito il canto, respirare tra i fiocchi di neve e lei volare tra i petali dei fiori…!!”..”Vieni!! Vieni con me, ti mostrero’!! Cosi’..che tu possa raccontarlo a chi verra’… Lei e’ qui tra i fiori di questo vecchio olmo di cento anni ….ssssshhh … ascolta!!!!” lei e’ qui che ci osserva…..”.. “…ssssshhh … ascolta !!!”……”La senti questa musica..!!??”…” E’ lei che canta canzoni allegre e trasparenti…!!”          ”…. “ ”….” ”…. “ “….”                     “….” “….” “….” “….”

 

 

 

 

 

“L’ALBERO DI TULIPANI” 

 

 

Quella mattina si sveglio’ molto molto presto con una strana sensazione al cuore, come di amore, e decise di fare una passeggiata lungo la sua spiaggia e li subito ad attenderlo impaziente lo trovo una bottiglia di vetro leggera trasportata dalle onde…e dentro c’era per lui, solo per lui…un piccolo foglio con una scritta..che subito lesse..e gli scese subito una lacrima..

 

Allora la mattina stessa prese un albero da poco cascato, e si mise a tagliarlo, ricavandone un grosso tronco, un pezzo di legno massiccio, di quercia , lo mise sulla sua grossa spalla e lungo il sentiero lo porto fino alla sua catapecchia nelle vicinanze , poi prima di cenare, a lume di candela, si mise a disegnare un veliero,un aeroplanino e una macchina che avrebbe poi dall’albero scolpito….

 

Con le luci dell’alba, il primo disegno era completato ,costrui’ con lo scalpello un veliero dei pirati,sarebbe scappato lungo l’oceano pacifico, dall’isola dove era rinchiuso da tanti anni ….avrebbe solcato l’oceano indiano, poi l’atlantico e il mare arabico…lottanto contro polifemo, moby dich, e altri mostri del mare  e infine….

 

Raggiunta la terra ferma che distava due continenti e mezzo…o anche tre, lungo il litorale avrebbe affittato un vecchio magazino dei pescatori   o un granaio in disuso e si sarebbe,con il legno restante, messo a scolpire l’aereoplanino…..avrebbe aspettato che la sabbia fosse bagnata dalla prima pioggia di primavera..per tentare il decollo….e avrebbe sorvolato gli altri due e continenti e mezzo o anche tre, per cercare ” la strada”…

 

….ecco che dall’ alto  vedeva sotto le nuvole stormi di bianchi gabbiani delle foreste della cornovaglia del primo continente  e ora pappagalli verdi  e arancio dell’amazzonia del secondo continente,  fino dopo aver freddolosmante attraversato prima il polo nord e subito dopo poi il polo sud…..dopo aver girato e rigirato e girato e rigirato…ecco scorgere l’inizio della via, quella via che dava l’inizio a tutte le strade del mondo…

 

La benzina stava finendo , e doveva tentare un atterraggio di fortuna sulla strada curva, atterrare in curva era molto difficile perche’ bisognava usare l’alettone di sinistra e spostare il peso del corpo…verso sinistra….e anche spostare magari un po’ la testa e gli occhi verso sinistra….tento’ due volte l’atteraggio…senza successo …poi decise che doveva tentare di tornare verso l’alto a duemila metri e lanciarsi con il paracadute tenendo tra le mani il pezzo di legno di quercia …..

 

Si lancio’ nel vuoto salutando il suo aeroplanino che continuo a volare nella direzione del sole,  tenendo nel taschino il suo progetto di carta e il suo blocco stretto tra le mani, e precipitando pensava alla sua isola che aveva abbandonato per sempre e si era dimenticato di chiederne, ai suoi amici indigeni  “’ e’ si ! “ si era  dimenticato di chiederne il nome prima di partire….!

 

Precipito’ nelle vicinanze della strada, ma il paracadute rimase impigliato nei rami di un albero di tulipani  e il cubo di legno fece un ruzzolone rotolando tra i cespugli di ghiande…… si mise dunque a tagliare i fili di seta del paracadute per liberarsi, con il tessuto fece una tenda dove si accampo’ per oltre sei mesi perche’ i disegni erano volati via mentre precipitava e si erano bruciati con il sole.. e doveva ricominciare da capo…

 

Disegno lì sotto l’albero di tulipani , l’ automobilina e si mise a tagliare il pezzi di legno rimasto e a scolpire i pezzi del motore il cilindro e il pistone….abbe problemi a fare i vetri perche’ doveva tagliare il legno cosi’ sottile da essere  trasparente….quando la macchinina fu finita si costrui un elemetto e gli occhialini sempre di legno sottile parti presto che il sole era appena nato e l’aria era ancora fresca, non fumava da lungo tempo….ma per quella occasione si fumo una sigaretta che teneva nel armadietto che aveva costruito per l’automobile…

 

Dopo le prime curve la strada era sempre dritta per un secolo , e poi ancora curve, a gomito e tornanti infiniti come una spirale verso la torre di babele..poi discese di due o tre stagioni e salite di un lustro  e gallerie che percorreva  anche per una generazione o due…e poi ogni tanto quando si fermava con lui si fermava il tempo,  trovava amici per bersi vino rosso in allegria e farsi delle calde minestrine cucinate dalle vecchine delle bettole… e per fare due battute con  cameriere smaglianti dai sorrisi ammicanti…..

 

Ma lui…era partito per cercare lei …quella bambina della bottiglia con il messaggio dentro che aveva trovato lunga la sua spiaggia…..quella bambina era diventata ormai grande e nel messaggio chedeva solo “amore”……. E lui sapeva che lo aveva chiesto a lui che aveva trovato la bottiglia….La cerco’ per sempre… ma non la incontro’ mai…. il suo biglietto per il quale aveva corso in lungo e in largo,per tutto il mondo,  lo ripiego’ e lo tenne con se per sempre…e fu infine gettato insieme ai suoi vestiti…….quando lui era vecchio fu’ messo nella fossa comune….

 

Non la incontro mai mai, pure cercandola negli occhi di mille donne…..,con quella  lacrima, una lacrima di amore,  inavvertitamente quella mattina in spiaggia….aveva cancellato il suo indirizzo…. 

 

Davidetinelli milanonovembre 2012

 

                                          

 

 

 

 

 

L'albero di tulipani

 

 

 

 

 

 

Il cuore dentro il cuore

IL CUORE DENTRO IL CUORE

Mi duole il cuore…..come di un ferita, che non si rimargina,si chiama ricordo

Il ricordo dell’  infanzia a Milano di Davide, l’odore delle spezie confezionate in uno scantinato, li nella stessa via del’asilo, un infanzia  nel luogo sbagliato, nel quartiere sbagliato, forse addirittura nel  popolo sbagliato…

e poi ci sei tu figlio mio. Io e te Noah  a Berlino, il rumore delle risa, della ambiguita’ , ancora solo un ricordo, i nostri incontri della tua infanzia nel luogo sbagliato, forse addirittura con il popolo sbagliato…..

Allora mi rammento i ricordi della mia famiglia , il sapore del sesamo, della Tehina, e gli odori e i colori dell’ Egitto…ad Alessandria….

Ma ancora erano solo ricordi dell ‘infanzia e i racconti di mia madre, dal luogo sbagliato, forse adirittura dal popolo sbagliato….

E ancora indietro, i colori di Corfu’ e di Zante della Grecia da dove  proveniamo noi, il sapore del  Zazichi, attraverso la voce di nonna Iris, di sua mamma Sara , di Ester  di Salomone, e tutti gli altri… oramai erranti dello spirito, senza dimora, senza rifugio, sempre rigorosamente nel luogo sbagliato… per il popolo sbagliato…..

 Ma non e’ il popolo che ti ha ospitato colpevole, no nessuno di quei popoli e’ colpevole,tanto piu’ che nemmeno in Palestina … ti sentiresti a casa…ne a Gerusalemme….

Non c’e’ luogo, dove  ti sentiresti a casa, non c’e’….. dato che di ogni posto hai fatto la tua dimora……prendendone le sembianze, da ogni luogo, ti e’ sembrato, alla fine ti dovessi mascherare come una spia,   per emarginare l’altro  o per  prendere, un giorno, congedo dall’ uno…..in base all’altra faccia della virtu’…..

 Noah, Figliolo mio, ti tengo nel cuore, da sempre, ancora prima che tu nascessi , perche’ tu sei l’ erede di questo tumultuoso Mare,  ma mille volte di piu’ ,ora, dopo che ti ho cresciuto ed amato….sei la memoria di  questo arido deserto,  Finche’ il mio  reggera’ ti custodiro’ nel  cuore….perche’ tu custodisca  questa  millenaria foresta  , nel centro dei sentimenti   di questa interminabile metropoli…. nessuno ci separera’…..

nel cuore del mio cuore….

ovunque tu sarai….ovunque io saro’……sarai con me e dentro di me…..faro’ del tuo ricordo la mia terra… del tuo sorriso la mia infanzia… della tua felicita’ il giusto luogo ….nella speranza di rincontrarti ovunque….non importa..anche solo nel ricordo…..come in una ferita che non si rimargina.

Ecco si quel luogo, quel ovunque,  se mai esistera’,… sara’ il nostro popolo……

1 aprile 2013 Montesanto.

 

Il filo

“IL FILO”

 

Un giorno un bambino di un paese lontano, incontro sulla strada della campagna,  il suo migliore amico, tra le mani giocava con un grosso filo come per cucire un sacco di juta, lungo forse un metro o due. Gli  chiese:- “ cosa fai di quel filo ?” il suo amichetto gli disse :-“ lo ho scambiato con un sacco di rane che ho raccolto lungo il fiume lo ha trovato uno zingaro e diceva che dall’altra parte c’era una bellissima ragazza ”.

 Lui voleva quel piccolo filo per cucire la giacca che era rotta, e chiese al suo amico se glielo dava, il suo amico pero’  era molto avido e voleva qualcosa in cambio ….

Ma lui era povero, poverissimo,e non possedeva niente,la guerra era cosa assai triste, e la pace non durava mai troppo a lungo, dalla giacca infatti gli entrava tutto il freddo del mondo, sapeva che la sua nonna aveva ereditato un ago fatto con le ossa di foca di un paese che dicevano che c’era nel nord del mondo. Con quell’ago  e quel filo poteva aggiustare la sua giacca dalla quale entrava tutto ma proprio tutto  il freddo del mondo….

Chiese al suo amico se poteva aspettare fino al giorno successivo che avrebbe cercato qualcosa per barattarlo. Il suo amichetto accetto e in quella strada di campagna si separararono. Ilsuo amichetto arrotolo il filo e lo nascose nel taschino.

La sera torno a casa, e pensava a cosa poteva fare per aver quel filo prezioso, la sera usci e decise che Dio lo avrebbe perdonato perche’ il freddo che sentiva era molto intenso, ed insopportabile, ed ando’ a rubare  un paio di scarpe che il suo vicino metteva sempre a prendere aria sul davanzale delle finestre.

La mattina incontro il suo amico con le scarpe, il suo amico sarebbe partito per vendere le scarpe a Samarcanda dopo essere state nascoste sotto una coperta’ , egli parti per un lungo viaggio sulla groppa di un asino.

“bene bene” pensava, quando il suo amico sarebbe tornato dopo qualche tempo, gli avrebbe portato il filo  e lui sarebbe potuto andare a casa a prendere l’ago di osso di foca e cucirsi la sua giacca, subito il freddo sarebbe scomparso e lui si sarebbe sentito  sereno e le guance li sarebbero diventate rosse come se fosse stato davanti al fuoco per un anno intero.

Ma la mattina gli zingari e gli ebrei furono accusati di aver rubato quel paio di scarpe, una la avrebbero tenuta gli storpi mancini e l’altra i destrini. I contadini e gli operai del paese, accesero dei fuochi come di torce, per andare a punire quei ladri con le gambe storpiee monche.

Furono prima presi i vecchi le donne e anche tutti i bambini e uccisi, ma forse invece  non era successo niente solo degli spintoni, e qualcuno adirittura diceva che le scarpe quella sera non le aveva nemmeno messe sul davanzale e che forse le avevano portate al mercato di Samarcanda.

Ma al Re di Sammarcarda, dissero invece. le voci, che lui aveva rubato le scarpe e accusato,gli zingari e gli ebrei,  e che i contadini del paese volevano fare una stupida guerra.

Preparo’ l’esercito con mille cavalli arceri e carri armati catapulte e parti per fare la guerra al villaggio.

I contadini non avevano  armi  e chiesero alleanza ad un altro Re che accorse il loro aiuto.Ma che in cambio voleva tutte le spose, e tutta l’acqua del mare.

 La guerra inizio sui campi coltivati di zucchine  di melanzane di cavoli e di angurie  nessuno si preoccupava di schiacciare le coccinelle e i papaveri….nemmeno le formichine e gli altri coleotteri…. Fu uno stermino…di uomini  e di insetti, tutti i raccolti furono distrutti, per tante generazioni.

Quando il suo amico torno da Samarcanda, ignaro di tutto, non c’era piu’ nessuno, solo il freddo e la tristezza, prese il filo e lo diede al suo amico che si cuci la ghiacca, non sentiva piu freddo, ma dentro nel suo cuore….dentro nel suo cuore si sentiva responsabile, ma non ebbe il  coraggio di dirlo mai a nessuno…… 

quando mori’ Dio lo perdono,e gli ordino di scucire il filo,  lui scuci il filo dalla sua giacca e dalle nuvole  lo lascio cadere dal cielo…..il filo cadde per un secolo verso la terra,schivando asteroidi e altri pianeti,  dopo cento anni cadde proprio nella sua terra, c’erano delle querce al posto dei terreni coltivati, e campi di fiori, il cielo  azzurro  e gli animali viveveno felici, e c’erano nuovi uomini e donne e tanti bambini che giocavano tra i prati, il filo cadde sui capelli di una bellissima ragazza, lo raccolse dai sui capelli scuri  e guardo il cielo….. meravigliata, segui il filo e dalla altra parte c’era un bambino, che piangeva…. …. ….

Milano, 7 febbraio 2013

 

 

L'elefante (a zoe)

L’ ELEFANTE                 ( A ZOE )

 

Fu visto avviarsi solo verso l’arca di Noah, lui il piccolo elefantino rimasto senza la mamma.

Nessuno ebbe il coraggio di digli che Dio stesso in terra aveva ordinato che tutti gli animali  dovevano avviarsi verso l’arca in coppia e che, aime’, gli elefanti erano gia da giorni spaparanzati confortevoli nella stiva nella nave, mentre a lui invece non sarebbe stata concessa salvezza....

Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo, nemmeno i pappagalli sempre a zabettare maliziosi, nemmeno loro gli misero la pulce all’orecchio....ne le volpi che cercavano di vendere posti a sedere nel mercato nero...nemmeno i cavalli che trainavano i carichi di alimenti che erano al corrente e vedevano l’elefantino triste guardarli mentre lavoravano...

 

Lui l’elefantino, con i suoi grandi occhi sensibili e lucidi come sull’orlo di piangere, era stato nei paraggi per giorni e sembrava credesse in una clemeza di Dio e del suo profeta messagero , sperava che la disgrazia di aver perso la sua mamma gli avrebbe beneficiato del previlegio di salire sull’arca.

 

Ma le regole ferree del diluvio universale  andavano rispettate, e questo lo sapevano tutti...e tutti sapevano che Noah non lo avrebbe fatto salire mai....

 

I giorni trascorrevano, mentre il cielo si faceva sempre piu’ nuvoloso, e le coppie salivano, le pigre tartarughe, i saltellanti cerbiatti, ecco la coppia degli orribili rospi e le ranocchie verdi come foglie in primavera,  e poi le giraffe che dovano piegare ben bene la testa per passare dalla porticina...poi i canguri e i pinguini e tutti i coleotteri,l’ape regina e il suo consorte  che subito si misero a progettare un alveare  per quando sarebbero tornati a terra..il re leone e la sua signora si erano permessi un posto speciale con una bella vista sull’oceano...le tigri ruggenti si erano subito lamentate dall ’invida....

 

L’Arca era sempre piu’ affollata, e si parlava la sera come in attesa della partenza di una crociera.

 

A poca distanza, la vigilia , l’elefantino se ne stava appartato, sotto un albero nelle vicinanze della spiaggia, affondando i suoi piedi nella sabbia fredda...aveva i brividi, e guardava l’Arca in lontananza tutta illuminata,si sentiva il gran vociare dei passegeri, le stelle lo consolavano un poco e pensava alla sua mamma nel cielo, domani sarebbe andato a parlare con Noah in persona.

 

La mattina molto presto e canticchiando si presento al profeta  e chiese il suo posto sulla nave.. Il capitano si giustifico’ dicendo che il messaggio di Dio era chiaro nessuna eccezione, lui non poteva salire.

 A nulla valse il suo tentativo di cantare gloria a Dio e al suo volere, pur di poter aver salvezza... a nulla valsero le sue preghiere, sarebbe morto come gli altri....cosi Noah a malincuore lo accompagno fuori dall ufficio ...

 

La pioggia era gia iniziata e la spiaggia di minuto in minuto si allagava, l’elefantino portava ancora la speranza nel cuore e con la stessa speranza consolava tutti i rimasti che si erano radunati a guardare la gigantesca nave che a momenti sarebbe salpata...

Solo gli uomini erano assenti, perche’ i loro cuori di pietra non percepivano  che la profezia di Noah si sarebbe avverata e che il mondo sarebbe affondato....

Ma loro, gli animali tutti loro, che invece sentivano con il loro cuore, conoscevano il loro destino, e si erano messi a migliaia davanti alla nave illuminata... 

 

 l’efantino con i grandi occhi tristi e lucidi  raccontava loro storie e poesie per tenerli buoni....e canticchiava canzoni come se niente fosse.....le filastrocche che la sua mamma gli aveva insegnato gli tornavano utili e le cantava a tutti quei cuccioli che non sarebbero mai partiti, e che erano nati per niente...

 

mentre la nave stava per partire tutti gli animali del mondo si erano li radunati uno allo volta, era uno spettacolo immenso, un continente intero di animali avevano sentito quelle canzoni innamorate  dell’elefantino, come un richiamo  e si erano tutti radunati per vedere la nave della speranza partire increduli....senza di loro...

``

Gli uomini allora vista questa moltitudine aprirono le loro finestre, immediatamente entro’ la luce tra le nuvole e illumino’ i lori visi e un raggio colpi’ Dio stesso che apri’ il suo cuore immenso.....la pioggia fini’ improvvisamente, e nuovi germogli nacquero’ all’ istante...la felicita’ riempi’ ogni bocca e la malvagita’ si dissolse..e tutti scesero dalla nave... 

 

L’elefantino e tutti gli altri incontrarono i loro genitori che vennero’ a prenderli...e persino Il diavolo, fu avvolto in quell’abbraccio  quel giorno , di nascosto, pianse dolcemente...pensando alla sua infanzia....

 

Milano dicembre 2014

 

 

 

 

L'uomo che cambiava il cappello

 

 

L’UOMO CHE CAMBIAVA IL CAPPELLO.

 

 Si narro’ poi negli anni che “l’uomo che cambiava il cappello”, non lo facesse, come aveva sempre voluto far credere per un tic , come  aveva sempre sostenuto lui..

 

Di fatto, con quel gesto repentino, quasi come un matto  , apriva quella borsa che aveva sempre con se, e se lo cambiava velocissimamente..

“ad esempio osservatelo ora” ricorda un dirimpettaio ”appena indossava improvvisamente quel cilindro” la sua giacca, appariva vagamente sgualcita e leggermente slavata, le sue scarpe  parevano lucidate a vernice...il suo viso blumbeo quasi anemico, sembrava un mago  pronto a scomparire per chi sa quale diavoleria,incantesimo o magia ..”Ma va la’ ” dicevano in coro “E’ solo un illusione..” ..Ma di fatto, Il titolare della macelleria con il suo grosso panzone nascosto dientro il camice bianco sporco di sangue di vitellone, con  il suo sguardo sgranato e folle aveva tirato dritto e se ne era subito tornato in bottega, dopo il caffe’,sorseggiandolo, proprio  accanto a lui  senza nemmeno accorgesi della sua presenza...e poi vi spieghero’ perche’ la cosa ci pareva cosi’ strana...

Preso quindi il caffe’ con una certa calma e plomb da illusionista  “l’uomo che cambiava il cappello” da dietro la vetrina del bar, prima ancora di uscire, apri’ la sua borsa e, pur mentre sgattagliolando fuori, con una mano sulla maniglia dell’uscio e con l’altra, buttando  il cilindro in borsa, si diede una pettinatina ai capelli con la mano delicata, e si mise un basco cubano, ed usci indirizzandosi verso l’incrocio.

Ecco che adesso zoppicava leggermente ,per quella vecchia ferita del Venezuela, ma caminava ora veloce e fiero, davanti al negozio della sarta, indossando solo per il tempo della vetrina un altro berretto, “guardalo, guardalo ora”  alto ed impettito ed orgoglioso, pare un gigante delle terre del fruili con mani gigantesche e il cappello di paglia da contadino, odorando di paglia e fieno mischelati, ma solo un secondo appena, solo il tempo di passare davanti al calzolaio che di nuovo indossava  un cappello da pescatore e anche la sua giacca pareva rattoppata di tessuti militari “ Ma la giacca non e’ nera e’ verde, verde scuro, e’ una mimetica” dicevano quelli del bar. Arrivato all’incrocio, guardo’ a destra e poi a sinistra ed attraverso’ la strada dove iniziavano gli alberi del parco..

Vedemmo uscire il lattaio ed anche lui addentrarsi nella stessa direzione ed attravesare la strada e entrare nel parco “dov’e’ ? “ imprecava.  ma lui con il suo cappello da australiano e la sua giacca “ma e’ verde o marrone? ”  gli stava li accanto appoggiato ad un pianta ad una spanna dal collo,  fumando un sigaro, eppure il lattaio non lo aveva visto. “non e’ che non lo vede non lo riconosce” dicevano i signori del bar...

Liquidato il lattino ,usci dal parco e sempre senza farsi troppo notare da nessuno,ne dal fruttivendolo, al quale doveva passar davanti, indosso’ la sua amata bombetta, ecco ora che pareva piccolo severo e tarchiato,”un non piu giovanissimo, ebreo francese,ma da quanto tempo che non ti fai la barba” le chiese una signorina  della via.”pardon?” rispondeva lui. 

ll gioco durava tutto il giorno, tutto l’anno e duro’ tutta la sua vita nel quartiere, adirittura, qualcuno malignava che era un mestiere di famiglia. Tramandato di padre in figlio.

Ed ecco perche‘ ora vi diro‘ perche‘ il macellaio lo cercasse, se non lo avete ancora capito, perche‘ la carne costa e lui “luomo che cambiava il cappello” per ogni fornitore ne aveva uno e per ogni quartiere ne aveva un altro. “di cosa? ” mi chiederete voi “di cappello e di pure di debito “  proprio‘ perche‘ nessuno potesse riconoscerlo ed incassare i crediti , “guardalo, guardalo ora!!”  diceva uno all’altro “dov’e’ ?dov’e’? che se lo acchiappo” racconta dai !!  “ tutto saltellante come tirava il carretto siciliano” passando di fronte al fornaio oppure canticchiando  embriago musiche spagnuole e gitane indossando il suo sombrero...e  poi tac girava l’angolo e dovendo passare davanti al droghiere si cambiava di berretto e indossava ora un cappuccio da montanaro parlando in bergamasco con i calzettoni pesanti, il naso e le gote diventavano improvvisamente rosse e la sua pelle odorava di fiori e montagne.. 

per ogni via, un negozio, per ogni negozio un debito, per ogni debito, un profumo, un odore o un puzzo, e “certamente !!”  qualcuno che lo cercava per farsi risarcire, e lui quasi ogni giorno doveva procurarsi un nuovo copricapo, e beh c’e da dire che nell’arte della mimesi era maestro “l’uomo del cappello” lascio’una collezione degna di un museo dei costumi e del folklore “ un vero signore” che frego’ tutti  e non pago mai un debito, tranne uno, quello per il quale tutti si tolgono il cappello per rispetto. quello con la morte.

 

 

Al suo funerale andarono dispiaciuti un po’ tutti ridendo, e,  come diceva una volta il padre nostro, ora,  lo  recitarono tutti insieme “ bla bla...rimetti a noi i nostri debiti come noi gli rimettiamo ai nostri debitori” e tutti buttarono il loro berretto  nella fossa dell’uomo che sempre lo cambiava...

e poi cominciarono mille discussioni “io me lo immaginavo piu’ alto “ e un altro “ ma non aveva gli occhi azzurri” ..” non e’ lui!! “ giurava uno “ ma se lo hanno visto ridacchiare persino al suo funerale”..”ma chi?” ..“boh non c’e’ piu’! ” ...“era li adesso”...” ma chi ? “ .”.ti giuro’ lo visto io era l’uomo del cappello”...”ma allora ..quello morto? “..... “ chi e’ ?”...”e’ lui e’ lui”....

 

L'uomo che non poteva divenire famoso - la specializzazione e il paradigma del successo

 

L'UOMO CHE NON POTEVA DIVENIRE FAMOSO- LA SPECIALIZZAZIONE E IL PARADIGMA DEL SUCCESSO

 

Era, di quell’ uomo, iniscutibile il talento, ampliamente riconosciuto, tanto talentuoso che combatterlo veniva, a taluni, piu’ naturale che adularlo, e di nemici, cloni, copioni, parassiti, ladri di idee, e vermi vari, la sua vita ne era stata piena, come nel cielo, le stelle.... D’ altronde non affine ai suoi costumi era il riconoscersi in gruppi di apparteneza, ne condividere idee preconcette come confezioni di cibi precotti, ne tantomeno sapeva tenere segreti , ne interiorizzare tabu’ sulle contaddizioni che riscontrava nei gruppi nei quali lui comunque aveva provato ad appartenere, senza successo. Ma la societa’ era comunque fatta di “appartenenza”, cosi’ che volendo esserne lui escluso per coerenza con la sua visione, si ritrovava solo ed emarginato, disadattato al mondo che lo circondava, come se gli mancasse un imput per essere integrato, si sentiva talvolta come dislessico, con tutte le carenze linguistiche e lessicali, per non essere visto solo come allucinato e diverso. Nel velo trasparente che lo separava da lui al “resto” poteva tranquillamente cosi’, far filtrare come da una sottile garza , le informazioni necessarie per descrivere la realta’ , senza temere il giudizio del suo ritratto. Come una malattia credeva, gli “altri” fossero obligati ad una cura di “assimilazione” a diffusi e condivisi “modi” e maniere, nella rincorsa disperata verso la contemporaneita’. Malattia della qule lui si credeva immune, perche’ abituato alla solitudine, all’astinenza e alla poverta’ era completamente disinteressato alla contemporaneita’ .Credeva infatti, di essere “cittadino del mondo” e per esserlo doveva rappresentare la sua umanita’ dissociandosi dal tempo e dallo spazio del contemporaneo, per intuitivamente, invece, significare anche lo scomparso, lo sterminato, e pure l’arcaico, il primordiale e l’aboriginale e ne medesimo tempo il moderno e il futuribile e il fantascientifico e anche pure il siderale e l’assoluto e l’infinito che era di una astrazione superiore adirittura all’essere umano. D’altronde, pur avvicinandosi al successo piu’ volte, e sfiorandolo con il dito per assaggiarne il suo sapore dolce-amaro. il suo obiettivo pur rimaneva il “successo delle idee” e questo il potere, se mai fosse esistito, come un individuo attento e censore, non lo poteva acettare proprio. Qualsiasi potere, bisognava essere allineati, a destra o sinistra dove vi pare, ma allineati, solo in quel caso si poteva pensare al successo, nella migliore delle ipotesi, di un gruppo, di una filosofia, di una ideologia. Oppure, cosa era il successo ? essere riconosciuti per la strada, essere invitato a delle cene importanti, ricevere dei premi ? dei riconoscimenti? No lui credeva che il sucesso fosse il cambio radicale della societa’, una avvenuta rivoluzione spirituale che rinnovasse il genere umano tutto. Poca cosa. il suo sogno era dire la verita’, diffondere la sua verita’, scoprire le carte, denunciare gli abusi dell’intelletto, le vergogne dell’uomo, dell’ipocrisia, della propaganda materialista o di quella integralista. Aprire gli occhi e le coscienze degli individui e della collettivita’,e questo era cio’ che i poteri temevano maggiormente, da sempre. E cosi‘ l’uomo che non poteva diventare famoso, venne copiato, clonato, preso ad esempio, plagiato, per infinite produzioni c’ era chi copiava i suoi scritti per farne soggetti cinematografici, chi per scrivere articoli di giornale, o fare interviste a personaggi da lui scoperti, antropologi e filosofi e astrofisici, o pur semplicemente pittori, artisti, attori, o designers. Di nascosto ascoltavano e leggevano le sue intuizioni, le sue idee, erano considerate prezione,e veniva sempre preso in considerazione, ma nello stesso tempo la persona veniva invece umiliata, messa alla berlina, ignorata, offuscata, derisa, per l’affermazione del loro ego. Gli veniva preso il buono ma, diversamente del porco, di lui non serviva niente altro. E cosi‘ l’uomo che non poteva divenire famoso, stette li sul bilico per vari anni, gli fecero pubblicare di tutto in rete, tanto lui era contro il copy right e diffondeva tutto il suo pensiero, essendo un “libero pensatore” doveva dare la liberta’ a chiunque di prendere spunto e periodicamente c’era chi ne traeva un libro, e poi un film, chi ne faceva una serie di quadri e diventava famoso tra i cinesi, tantissime persone si erano a lui ispirate per le loro produzioni, lui d’altronde era un talento nato, e ogni cosa che faceva la faceva con una naturalita‘ ed una dimistichezza notevole, il fondo era quello che voleva no? “le sue idee” avevano successo, tanto successo che altri se ne prendevano i meriti, creando la prospettiva, non tanto lodevole, di avere un societa‘ di mediocri copioni che scimmiottavano i geni. ma si sa la natura dell’arte e’ la copia della arte della natura. Cosi’ che innocente si considerava il Salieri di aver ucciso il suo Mozart. Come la Monroe di uccidere la vecchia che non sarebbe mai diventata. Almeno cosi’ successe nei film che ci presero la nostra anima, per sempre..... Ma d’altronde i geni, quelli veri, eran altri,erano gia stati profondamente assimilati nella societa‘ dei consumi e si stavano tutti specializzando nelle nano tecnologie, nel eugenetica, nella bio-ingegneria e nella robotica o nella cibernetica, mica scherzavano quelli li, nei loro laboratori antisettici lavoravano da decenni per la costruzione del mondo futuro, cosa che a lui faceva solo un grande timore. lo preoccupava, non tanto la consapevolezza del destino dell’ uomo e del suo inelutabile percorso verso la propria scomparsa di essere multiforme, naturale, scomparsa che non sarebbe potuta avvenire il tempo della sua esistenza, ne tantomeno documentata da una testimonianza umana, proprio perche’ non sarebbe stato certo un estinto a scrivere della sua propria medesima estinzione. Per quanto lo imbarazzasse, l’ostinazione con la quale gli uomini stessi, non avessero saputo interpretare i segni lasciati dagli artisti dai filosofi e dai profeti, oppure meglio, essi gli avessero invece interpretati cosi’ bene da creare, con le proprie mani, il destino da loro stessi uomini preagnosticato. l’apocalisse senza dio era l’ apoteosi dell’autodistruzione. Il successo del Armagedon, infondo non era altro che questo, la museizzazione del mondo, come il successo di Hitler non fu’ l’archiviazzione della cultura yiddish ? il piano Marshall non fu’ il successo della grande cancellazione delle macerie della guerra? non era stato lo spegnimento del fuoco il successo della televisione? Il sucesso stesso non era l’altra faccia della persecuzione, come avrebbe detto Pasolini. persino Israel e il sionismo erano un ottimo prodotto nazional-socialista. E certamente l’estremismo Islamico o quello nazional palestinese, non parevano certo un sogno di Pace. Ma parliamo d’altro che questo ernano tabu’ che era meglio rispettare. Per convenienza certo, c’e’qualcuno che non ci tiene a tenere la testa attaccata al collo. non parliamo poi dei migliaia di morti nei pressi di Lampedusa e del suo bell’ essere comunque italiani “brava gente”. Il successo della Bossi-Fini-Grillo era pur sempre un successo. D’altronde anche i grandi scienziati dell ‘atomo sempre cosi’ terribilmente sicuri dei loro successi, difficilmente andavano in vacanza a Chernobil o Fukushima, preferendo localita’ meno famose dove vantarsi dei loro risultati. D’altronte bastava leggere attentamente qualche libro di Alchimia moderna, non dico contemporanea, per capire che fu’ proprio alllora, con la nascita della chimica. che l’astronomia sciolse i finimeni che la legavano all’astrologia, come si libero’ la terra dal cielo, e l’uomo dalla natura....cambio’ la prospettiva del tempo che sarebbe stato concesso all’uomo di stare qui felice. Se mai lo fosse stato come nelle danze polivesiane del principe Jgor di Borodin. Era il tempo di fare i conti con chi voleva acellerare come un tossidipendente di krokodile la sua permanenza sulla terra. Dlatronde la pietra filosofale non era una fabbrica di lingotti d’oro, come ci hanno voluto raccontare, era la ricerca razionale e matematica dell’unita’ ,del rapporto di equilibrio tra epistemologia ed escatologia. dottrine che allora nemmeno esistevano coniugate in un sodalizio intrinseco che sia chiamava arte-scienza. In realta’ l’uomo che non poteva divenire famoso,aveva soperto che l’atto piu soddisfacente e rivoluzionario, almeno per lui, non fosse altro che combattere la societa’ dei consumi cercando di essere il piu’ autosufficente possibile, e si dedicava alla produzione di verdure piu’ o meno biologiche, e alla piantumazione di alberi e alla cura del bosco, quando ne aveva tempo era la sua priorita’ il suo obiettivo, proprio era un atto innanzitutto simbolico e nel medesimo tempo ne assaporava il sapore con la sua bocca e la faceva provare a quella degli altri...la cucina era un arte sublime ..senza ombra di dubbio. E non ci dimentichiamo che era un arte alla quale era difficile rinunciarvi per ovvi motivi . Siamo tubi organici e come tubi qualcosa ci doveva passare attraverso per permetterci la sopravvivenza. Infatti lui stava anche da quel punto di vista in mezzo tra il passato ed il futuro, tra il cibo e le feci. e nel mezzo cosa ci poteva essere, come in mezzo al mediterraneo e alla “terra di mezzo” se non la medio-crita‘ della sua esistenza. La genialita’ stava quindi in un gesto semplice, ed era fermamente convinto che ci dovesse essere qualcosa di trascendentale nel mettere le proprie mani nella terra per girarla e adagiarci germogli di pomodori ,finocchi,zucche, e fare piccoli buchi per inserirci gruppetti di fagioli, o trozzi di patate.... Ma cosa c’era di geniale nel farsi un orto, nel pulire il sottobosco, nel piantare alberi, costruire un pozzo, nel salvare l’acqua e pulire i canali, se era cio’ che con molta fatica, gli uomini avevano fatto per centinaia,che dico migliaia di anni in tutti gli angoli del globo? Non c’era niente di geniale,ed era forse proprio questo che faceva pensare che il successo di una persona come di una societa’ non fosse l’affermazione di un o piu’ principi innovatori e stravolgenti dei principi precedenti, ma al contrario il sucesso di una societa’ era la riscoperta e meglio ancora la riconoscenza, il rispetto di antichi saperi tramandati di padre in figlio, coniugati con nuovi saperi che portassero il mondo degli uomini alla sintesi tra tesi fino ad allora contrapposte, in nome della sopravvivenza delle specie. L’uomo che non poteva diventare famoso era rimasto in bilico tutta la vita, in un limbo quasi trasparente, viveva nella societa’ ma ci passo’ attraverso, senza farsi troppo notare, appariva e scompariva come le nubi davanti al sole, o come il sole dietro le nubi, come preferite. Non facevano in tempo a capirlo che lui era gia cambiato come una banderuola al vento, non si riusciva mai a metterlo a fuoco, a capirlo ad interpretarlo, a smoltarlo per farlo proprio. e cio’ che non si capisce e’ aime’ cosi’ misterioso che non appare, pur essendo davanti ai nostri occhi. Cio’ che non si controlla non puo’ essere cavalcato, gli uomini allora sono soliti lasciare che questi cavalli pazzi galoppino liberi, oppure ne fanno carne da macello... A lui era capitato ambedue questi destini, il successo doveva imbrigliare l’uomo con le sue regole, era il visto per entrare nel limbo del cinema, della televisione, delle accademie, ma anche dei collettivi rivoluzionari, e nei gruppi d’arte e di pensiero. Cosi’ l’uomo che voleva ora “il successo delle idee” sognava un mondo libero pieno di regole ma umane e di destini condivisi e confronti quotidiani, senza concetti prefabricati. Ma che lui stesso avrebbe fatto fatica rispettare. Ma il taglialegna come i taglia teste avevano un potere in piu’ rispetto a lui, potevano ucciderre la morte, e solo un ultimo profeta, come promesso, poteva impedire il destino di autodistruzione gia’ preagniosticato poco tempo prima durante la genesi. Solo un altro profeta forse l’ultimo poteva avvertire che il principio e la fine dei tempi erano circonconscritti nel fine e nel principio dello spazio. e qua,sul nostro pianeta, lo spazio della terra sottratta dalle metropoli non poteva andare all’infinito, il collasso della societa’ ci aspettava a varco di un aperitivo e di un happy our, e solo i valori spirituali e le religioni e le rivoluzioni potevano liberare l’uomo dal gioco della perdizione, della pornografia della guerra e dell’autodistruzione? M non era cosi’ il pensiero forte aveva fatto non meno danni di quello debole. Fu’ cosi’ l’uomo che non poteva divenire famoso, aveva rinnegato persino quel Dio che si gli aveva parlato una volta. e rinnego’ la possibilita’ di qualsiasi rivoluzione a Dio o alla materia connessa. Al successo dell’idea di una presenza superiore e divinatoria moralista ma autoritaria, come quella altrettanto violenta delle rivoluzioni di massa, e si era adagiato ai vizi dei demoni che li balzavano attorno, con moderazione, con mediocrita’,ma pur sempre, perche’ non era un salto, o un esempio morale incorrutibile, perche’ non aveva scisso il male dal bene come tradizione, e teneva invece il piede in mille scarpe, per considerarsi specchio del mondo anziche deformarne il riflesso a proprio piacere e farne solo una lettura moralistica e patriarcale o paternalistica, tanto piu’ che il padre non era nemmeno riuscito a farlo per causa di forza maggiore, che li faceva credere che proprio nell’impossibilita’ di educare il proprio figlio c’era la vera sconfitta del proprio essere umano e l’impossibilita’ di avere successo nel affermazione delle proprie idee.. L’ innocenza non era caratteristica dell’uomo e accusavamo il potere dei nostri stessi difetti, e la cosa migliore che credeva potesse fare nella sua trasparente presenza nel mondo era lasciare un segno,”siamo qui di passaggio” diceva “si chiama vita” e cosi’ sarebbe stato, nel suo piccolo. senza robot ne scoperte scientifiche fondamentali. Per il resto il corpo che accoglieva la sua anima antica, vagabonda, campagnola e nel medesimo tempo metropolitana e “newyorkese”, andava lasciata libera di camminare tra boschi e citta’ nella continua ricerca di verita’ lampanti e condivise dagli uomini tutti. E pure la sua vita o la sua morte poco contava, come quella degli autori, tutti consapevoli o desiderosi che le loro opere sopravvivessero la morte :- “quanto poco amavano la loro vita! “ D’altronde altrettanto poco contava agli uomini la sopravivenza dei loro creatori cosi‘ concentrati sul numero delle pagine delle loro opere che erano assolutamente disinteressati del numero delle loro scarpe o della taglia dei loro pantaloni. il pensiero dell’uomo che non sarebbe mai divenuto famoso, era comunque indirizzato talvolta verso la terra dei suoi padri e di chi si sarebbe di lei preso cura. E nessuno era mai diventato famoso per aver espresso questa verita’ preoccupante. Ma come si sa’ la verita’ si tiene nascosta pur essendo davanti ai nostri occhi. come una fata o uno gnomo trasparente e dispettoso, si vede solo con la coda dell’occhio, ma la coda c’e’ la ha pure il diavolo e la lucertola che come il gatto che ci lascia lo zampino. Anche l’uomo e il suo destino partiva dalla terra e dai suoi bisogni alimentari. Ma non finche i supermercati sarebbero stati strapieni di prodotti invenduti certamente l’uomo si ene sarebbe di questo reso consapevole. lui compreso. e anche la verita’ del “paradigma del successo” aveva una sua maniera di essere codificabile, si chiamava “professionismo” e specilizzazione professionale, gli alchimisti lo avevano gia fatto notare qualche secolo prima che la scissione arte-scienza come di cielo-terra avrebbe portato non pochi disastri, “la terra dei fuochi di fukushima” ne erano l’esempio lampante. e cio che non era speclializzato o specialistico non poteva divenire famoso, cosi’ che l sua vita passo come il vento, come le fogli .come le nuvole, come i bimbi che diventano poi vecchi, in una ruota che gira e poi gira come un mulino spinto dal vento o dall’acqua con i suoi don chicotte che combattono i loro mostri immaginari...e loro sogni epocali.....”migliaia di uomini” pensava “costruiscono case e ospedali, coltivano la terra a mani nude, pescano pesci, allevano animali, migliaia di donne, anche ora, fanno nascere i bambini e urlano forsennatamente al loro parto !! E le ostetriche gridano in ogni lingua superstite del mondo :- “forza forza !!“ migliaia di bambini poco piu’ in la’, fabbricano piccoli mattoni di terra, altri vengono abusati psicologicamente e fisicamente, si vendono per le strade, migliaia di vecchi portano fasci di legni sulle loro schiene, e altri pensionati raccolgono verdure abbandonate alla fine dei mercati, in ogni angolo del mondo, migliaia di persone volenterose “aiutano ogni giorno gli infermi, gli anziani ,i bimbi malati terminali, con un misero stipendio e nessun riconoscimento, migliaia di uomini si svegliano ogni mattina per fare lavori semplicemente pericolosi e faticosi , nella chimica, nel petrolio, nella polvere,nello zolfo, nel fumo, nell;‘amianto, si usurano le articolazioni i polmoni le mani i piedi, migliaia di uomino piangono il loro figli scomparsi, le loro case distrutte, migliaia di ragazzi muoiono per una rivoluzione,una sommossa, per difendere il loro paese, il loro destino, per tutelare un principio, trovano la morte per difendere la loro madre dalla mano vile di un mafioso, di un militare, di un usurpatore, un fascista, di un fanatico, di un integralista, migliaia di uomini ricostruiscono le loro dimore, le loro vite, tutti i giorni, tutti gli anni, tutta la vita, tutte le generazioni.....era a loro che andava riconsciuto il successo delle loro vite, il successo e la tragedia dell’umanita’...il mondo e’ pieno di “uomini” pensava ora “uomini che non potranno divenire famosi”....

"Ti accompagnero'- ritratto al femminile" (A Mina)

 

“TI ACCOMPAGNERO’ -RITRATTO AL FEMMINILE ”

 Quella mattina Milanese piovosa e fredda d’inverno, prese in affido i bimbi di una sua cara amica, per portarli a scuola, ogni tanto lo faceva, quando lei non si sentiva bene, e nelle vicinanze del semaforo, si raccomando’ con loro :- “quando attraversiamo tu mi dai la mano destra e tu la sinistra,sapete cos’e’ la destra e la sinistra? va be’ va be’ poi ve lo fate spiegare dalla mamma..” Le loro proteste, riguardo il fatto che nemmeno al loro papa’ non davano piu’ la mano quando attraversavano la strada rimasero inascoltate. Perche’ i bimbi degli altri, quando si cammina per le strade, sono una responsabilita’ ancora piu’ grande dei propri.

 

Il treno,tanti anni prima, aveva percorso il suo tragitto senza fretta usciva da Londra destinazione Dover. Poi avrebbe assaltato il traghetto per Calais. Il treno, come Zola’ lo scrittore franceso lo avrebbe descritto, era una creatura antropomorfa, snodata e viscerale. Quel giorno aveva ,ad certo punto, accostato un altro treno e per certo lasso di tempo avevano percorso un tratto alla medesima velocita’ cosi che avevano potuto vedere precisamente negli occhi una bimba biondissima che nello scompartimento del vagone vicino sedeva osservandoli a sua volta tra il curioso e lo spaventato,lo sguardo della bimba si soffermo’ sui buchi di un bottone,quasi scucito, di mia figlia e fece il gesto di farglielo notare, le due bimbe si guardarono intensamente per una manciata di secondi ancora, ma come le persone si avvicinano meravigliosamente, anche i binari si allontanarono improvvisamente, prendendo i due treni direzioni diverse, e loro videro riciprocamente scomparire quei piccoli visi che non avrebbero mai piu‘ rivisto. Mia figlia mi chiese se, per favore, potevamo rincontare quella bimba, e cercai di spegarmi che non era possibile, lei pianse ininterrottamente per mezz’ora, e poi, per fortuna , si dimentico’...

 

Bisognava camminare nella foresta per alcuni metri forse cinquecento, il sentiero che divideva il cancello di ingresso dal’edificio coloniale era stato creato artificialmente forse cento anni prima, dritto e ordinato al centro, ed in fondo della prospettiva perfetta si poteva scorgere l’ingresso del palazzo. Nei bordi del selciato di ghiaia, invece iniziava una fitta boscaglia impenetrabile, si sentivano fruscii e canti di uccelli tropicali. Era sicuramente stata creata l’area colonizzando una foresta incontaminata nella periferia di Jakarta. Era surreale, camminare per quei cinque minuti in mezzo a quella frattura di un contesto primordiale. Arrivati al palazzo fummo accolti da un burocrate che ci stava aspettando, prese nervosamente le carte,e ci accompagno’ chiededendoci di seguirlo, camminammo ora lungo corridoi che dall’alto della loro volte di inutile monumentalita’ ci scrutavano, il rumore della ghiaia calpestata e degli animali tropicali aveva lasciato il posto al silenzio assordante di muri spogli ed usurati dal tempo e dall’umidita’. Arrivammo in una stanza dove sedemmo ed attendemmo alcuni minuti. Poi ci consegnarono nostro figlio e ripartimmo...

 

Quando compisti poco piu’ di venti anni, ci dicesti che volevi partire per l’Europa, ogni Australiano che si rispetti, almeno una volta nella vita, parte per andare in Europa, curiosa volevi, per un momento scappare da quel paese che pretende di assimilare tutti, ‘ma a cosa ci si assimila se non abbiamo nessuna storia ne cultura ?” Dicevi. E la tua domanda rimaneva senza risposta. raggiunta questa consapevolezza sconcertante, ci dicesti che volevi partire, noi ti avevamo sostenuto nella vita, fino ad allora ti avevamo fatto studiare ed educato come meglio credevamo ed amato profondamente, come nostra unica figlia. Ma “accompagnare”, pare, preveda un punto di arrivo. il nostro punto di arrivo, fu’ il giorno che ti portammo nell’aereoporto. In auto nessuno parlava ne tuo padre, ne tu ne io...nessuno parlava, voglio dire, con la voce, solo le solite cose:-”telefona quando arrivi” “stai attenta agli inglesi qundo sono ubriachi” mi ero raccomandata “sono stata anche io a vivere a Londra da ragazza, li conosco bene quelli li” ma tutti i nostri animi invece tra le righe delle cose dette, silenziosi urlavano amore e rabbia e gioia e tristezza..Ma eri cosi’ felice di partire, che infatti non tornasti mai piu’ da noi, ma non bisogna stare cosi’ vicino alle persone per sentire il calore dei loro cuori...”ti voglio bene figlia mia”...

 

Non sapevo molto della danza, sapevo solo che era poesia,la avevo studiata poco forse tre o quattro anni, a tempo perso, ma mi aveva dato tanta emozione e d’ altronde ero arrivata al teatro e alla danza dopo aver studiato lo hata joga in India, a Benares,” la sacra citta’ dei morti” cosi’ che, la danza stessa ,diventava per me un gesto di armonia quasi divino e spirituale, amavo danzare con gli occhi chiusi talvolta, sentire la pelle che sprizzava energia dai pori, e poi c’eri tu che mi accompagnavi, io a te, te e l’altro se, l’altro se e’ me, la danza come la vita, in un abbraccio di fiducia e di abbandono,dove il contatto fisico non rasentava mai la volgarita‘ ma solo la condivione, e poi la separazione e l’ abbandono erano sempre accompagnati da un prolungamento del braccio come ad assecondarne il distacco, per renderlo meno doloroso. Si la danza stessa era incentrata da questo incontro e separazione, e ogni passo parallelo e trasversale, ogni gesto anche quando conflittuale e contapposto, ogni sguardo era un invito magnetico ad accompagnare l’altro verso la sua strada, il suo cammino....giravo il collo a seguirti con i miei occhi sicura che quello stesso sguardo bastasse a sostenerti, ti avrebbe appoggiato come una parte del mio corpo,nel tuo gesto, il mio sguardo lontano forse due centrimetri o duemila metri, verticale o orizontale, parallelo o meridiano, ti voleva sostenere come per una energia sovraumana, che voleva vincere la forza di gravita‘, l’atrito e la forza centrifuga, con la delicatezza sorridente di una piccolo movimento acerbo appena accenato.... ti muovevi sicura che io ti avrei ancora e per un secondo e per sempre accompagnata...

 

La danza sempre, chi da lei si vuole staccare, non cerchera’ mai di trattenerti piu’ di un pochino.... come una goccia che si unisce in una sola o che si scinde in due parti...un trauma,una poesia, la danza ti accompagnera’ anche quando la abbandonerai.....

 

la danza e’ la vita....

"A proposito della terra" shira racconta un antica storia del cashmire 

“A PROPOSITO DEL RITORNO ALLA TERRA” - SHIRA RACCONTA UNA ANTICA STORIA DEL CASHMIRE...

C’ erano due contadini,due fratelli,ogniuno,con le rispettive terre. Uno lavorava la terra dal mattino alla sera senza buoni risultati, l’altro la lavorava poco e aveva raccolti rigogliosi. Il primo, spinto dall invidia, decise di deviare i canali che portavano le acque che irrigavano le terre del fratello per far si che andassero nelle sue terre. dopo poco tempo, decise di andare a vedere le terre di suo fratello, ardere al sole,sul suolo dei campi incontro’ invece un personaggio che sulla schiena teneva un grosso contenitore d’acqua,come una giara, e dava l’acqua alla terra. ‘chi sei tu?” chiese adirato “ Io ho tolto l’acqua a queste terre di mio fratello e tu qui gli dai l’acqua” chiese di nuovo “tu chi sei ?”. La creatura dalle sembianze umane rispose “io sono la fortuna di tuo fratello”. “La fortuna di mio fratello?” chiese meravigliato “E dove’ e’ dunque la mia di fortuna?”. l’ uomo con la giara gli rispose “la tua fortuna e’ al di la di un bosco, al di la’ di un regno, al di la’ di un fiume che dorme in una grotta.” Subito deposito’ gli atrezzi, preparo’ poche cose che si sarebbe portato dietro e parti’ per andare a svegliare la sua fortuna. Poco dopo che camminava nel bosco fu assalito da un orso che se lo voleva mangiare, lui imploro’ di aspettare che lui si spiegasse, cosi’ gli racconto’ dove stava andando. L’orso credette alle sue parole e gli disse “ Va bene ti lascero’ andare a patto che tu, quando incontrerai la tua fortuna le chiederai come posso io guarire da questo dolore che ho qua nella gola e quando tu sarai sulla strada del ritorno mi racconterai”. “sara’ fatto lo prometto” si salutarono e il contadino riparti per il suo viaggio. Attraversato il bosco si innoltro’ al interno di un regno meraviglioso, i messi del Re offrivano gratuitamente i pasti ai suddditi in piatti d’oro. Anche a lui ne venne offerto e lui mangio’ da quei piatti d’oro, finito di mangiare porto’ il piatto indietro alle messa dove gli era stato offerto. Sconcertati i servitori del Re gli dissero che il piatto era suo che il Re lo donava ai suoi sudditi insieme al cibo. Lui rifiuto’ di prenderlo. Cosi’ che la voce giunse al Re che c’era un uomo ,uno straniero che si era rifiutato di portar eil piatto nella sua casa e lui venne fanno accompagnare a parlare con il Re. I messi accompagnarono il contadino dal Re che si trovava seduto nel fondo della sala sul suo trono, si inchino’ a lui, il Re possedeva un turbante che gli copriva testa e viso e di lui poteva vedere solo ed esclusivamente gli occhi. Il Re chiese seccato “ come ti permetti di non prendere il piatto d’oro che ti e’ stato donato dal Re in persona? ”.l’uomo rispose che non gli serviva perche’ stava andando a svegliare la sua fortuna.. e gli racconto” tutta la storia. Il Re credette alle sue parole e gli disse “va bene ti lascio’ andare e, come cortesia, ti faro’ accompagnare dai miei soldati fino al confine del mio regno, a patto che tu quando incontrerai la tua fortuna le chiederai perche’ il mio popolo non mi ama nonostante che do’ loro da mangiare in piatti d’oro. Sulla strada del ritorno mi racconterai”. “Sara’ fatto lo prometto” si salutarono e il contadino riparti’ per il suo viaggio. Uscito dal regno arrivo’ al fiume e vedeva dall’altra parte la grotta dove dormiva la sua fortuna. Non sapeva pero’ come attraversare il fiume, e li si presento‘ un delfino che gli propose di aiutarlo, ma in cambio voleva qualcosa da lui, non aveva niente con se a parte le sue parole, gli racconto tutta la storia e lo prego di aiutarlo. Il delfino credette alle sue parole e gli disse “io ti aiutero‘ ti accompagnero‘ io dall’altra parte e ti riportero‘ anche indietro ma dovrai chiedere alla tua fortuna perche‘ quando la mia schiena affiora dall’acqua e il sole la colpisce sento un fortissimo bruciore”. “Sara‘ fatto lo prometto” il contadino si attacco‘ alla pinna del pesce e insieme attraversarono il grosso fiume, il delfino lo attese sulla riva e lui velocemente entro‘ nella grotta, vide la sua fortuna dormire, si avvicino‘ la scosse e le disse “ cosa fai tu qui dormendo, la fortuna di mio fratello e‘ la che da‘ l’acqua alle sue terre e tu qui che dormi” La fortuna svegliata improvvisamente si scuso‘ e chiese al contadino “ cosa vuoi che io faccia‘ ed io lo faro’? ”. Il contadino le disse “vai subito alle mie terre e dai l’acqua alle mie piante!”e aggiunse “ Aspetta prima pero‘ dammi le tre risposte per l’orso, il Re e il delfino” Ricevute le tre risposte si separarano, lui avrebbe raggiunto la sua fortuna piu‘ tardi, doveva prima dare le risposte”. Si salutarono e la sua fortuna parti’ per le sue terre dove il contadino l’ avrebbe raggiunta. Il delfino lo attendeva sulla riva impaziente voleva sapere cosa la sua fortuna gli aveva detto, lui comincio a parlare “ la mia fortuna mi ha detto che tu tanto tempo fa’ hai nuotato sotto il fiume dove c’e’ il mare hai trovato una nave abbandonata di legno, un veliero antico e nuotando sei entrato dentro il veliero e li vi hai trovato un cofano lo hai aperto e dentro ci hai trovato oro e pietre preziose e le hai mangiate, le hai ancora nello stomaco e quei preziosi ti bruciano fino alla schiena dove voi pesci avete lo stomaco”. Il delfino sapeva di averlo fatto e sapeva che era solo quel giorno, nessuno lo aveva visto, il contadino diceva delle verita’ e la sua fortuna conosceva dei segreti. il contadino si attacco’ di nuovo alla sua pinna ed insieme attraversarono il fiume, arrivati dall’altra parte il pesce svuoto’ il suo stomaco lasciando una piccola montagnetta di preziosi. disse al contadino “prendili tu, a me non servono, io gia mi sento meglio, prendili tu” Il contadino rifiuto’ dicendo “Nemmeno a me servono, la mia fortuna e’ partita’ e presto sara’ alla mia terra”. Si salutarono, e l’uomo parti per il regno dove doveva portare la risposta al Re con il velo dal quale poteva vedere solo gli occhi. Arrivato davanti al palazzo si fece annuciare da Re che subito in privato lo accolse e gli chiese “dunque straniero hai incontrato la tua fortuna e cosa ti ha detto,cosa dovrei fare per farmi amare dal mio popolo ?” Il contadino rispose “La mia fortuna mi ha detto che per farti amare dal tuo popolo devi dare un Re al tuo popolo perche’ sotto quel velo c’e’ una Regina”. La Regina svelata del suo segreto si tolse il velo e sotto di questo c’era una donna bellissima, la Regina disse Allora io ti offro’ questo regno, sarai tu il Re di questo regno, se lo vorrai”. Il contadino rifiuto’ dicendo “la mia fortuna e’ partita per le mie terre, presto sara’ li a dare l’acqua ai miei campi ed e’ li che io tornero’ ”. La regina lo lascio’ partire ed uscito dal regno l’uomo incontro’ nel bosco l’orso che voleva sapere come far passare quel dolore nella gola. L’uomo allora gli disse che la sua fortuna gli aveva raccontato che anni prima l’orso aveva mangiato un altro piccolo animale e che le ossa gli si erano incastrate nella gola e che per guarire aggiunse il contadino “devi mangiare un uomo stupido”. L’orso lo ringrazio, e si salutarono l’uomo riparti per il suo cammino, dopo pochi metri pero’ l’orso lo chiamo e gli chiese “ma tu cosa hai fatto da quando ci siamo visti l’ultima volta”. L’uomo gli racconto’ tutta la storia dall’inizio alla fine. E allora l’orso se lo mangio’. Vashit-Manali,himachal Pradesh, India 1999 (trascrizione Milano 1 marzo 2014)

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